Miozzo: “Dopo rassicurazioni della comunità scientifica su vaccino, avanti con passaporto”

agostino miozzo
Per il coordinatore del Comitato Tecnico Scientifico, Agostino Miozzo, che per il passaporto vaccinale auspica "la condivisione del progetto con la Commissione Europea, al fine di ottenere la validazione dell'Unione"
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di Agostino Miozzo

ROMA – Si sta discutendo molto sull’opportunità di predisporre il certificato o passaporto vaccinale per il Coronavirus. Una discussione che sta avvenendo, a mio parere, coerentemente con la bulimia comunicativa che sta accompagnando le tormentate vicende dell’attuale crisi; tormento che vede sviluppi significativi anche intorno al dibattito sull’ipotizzato obbligo della vaccinazione. L’eventuale obbligo vaccinale dovrebbe comportare un passaggio parlamentare che potrebbe ratificare l’imposizione della vaccinazione per tutta la popolazione o in alternativa solo per alcune categorie di lavoratori. Su questo aspetto personalmente condivido le posizioni di molti colleghi del CTS e di esperti del settore che considerano un obbligo etico e deontologico la vaccinazione per quanti operano in strutture sanitarie o di assistenza a persone fragili. In merito all’opportunità di predisporre il documento che attesta l’avvenuta vaccinazione, il passaporto sanitario, trovo la discussione quasi superflua. Da sempre abbiamo viaggiato con un libricino giallo che inserivamo nel nostro passaporto che diventava quindi parte integrante della documentazione di viaggio. Quel libricino attestava le numerose vaccinazioni cui il viaggiatore si sottoponeva per poter entrare in un paese o in un’area geografica diversa dalla propria. Se avevi il libretto entravi altrimenti non ti era riconosciuto il visto di ingresso nel paese di destinazione. In alcuni casi in assenza di documentazione idonea era possibile effettuare, a pagamento, la vaccinazione all’aeroporto di destinazione.
Nessuno ha mai rifiutato quel documento come nessuno ha mai rifiutato di fare l’iniezione per la febbre gialla piuttosto che per il colera o altro tipo di vaccinazioni richieste di volta in volta dal datore di lavoro, per assicurarsi una adeguata copertura sanitaria del proprio dipendente, piuttosto che dal paese di destinazione. Esempio di casa nostra è quello che riguarda gli alimentaristi per i quali era prevista la vaccinazione antitifica che veniva riportata su libretto sanitario e non era obbligatoria. Nessun alimentarista si è mai sottratto anche dopo l’approvazione della Legge 27 dicembre 1997 n 449 che stabiliva la non obbligatorietà della vaccinazione antitifico-paratifica per gli alimentaristi.
Oggi il dibattito si è fatto decisamente confuso tra questioni etiche, ideologiche piuttosto che di contestazione su presupposti scientifici. Ritengo che, una volta acquisite adeguate rassicurazioni dalla comunità scientifica internazionale sul potere del vaccino, per cui la persona vaccinata è protetta dall’infezione e nel contempo non trasmette il virus, si debba tranquillamente proseguire sulla strada del passaporto vaccinale inteso come un nuovo libretto giallo di vaccinazione. Il documento potrebbe consentire di viaggiare in paesi che avranno adottato questa regola per l’ingresso nel proprio territorio, ma anche più semplicemente di frequentare ambienti che adotteranno questa procedura per mettere in sicurezza le persone che frequentano quei luoghi. Se gli organi comunitari di disciplina o le agenzie internazionali dovessero procedere su questa strada sarebbe necessario iniziare immediatamente la definizione della realizzazione del passaporto, che dovrebbe prevedere un sistema unico condiviso su base informatica a livello nazionale, ma probabilmente sarebbe più congruo riuscire ad ottenere la condivisione del progetto con la Commissione Europea, al fine di ottenere la validazione dell’Unione.

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