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La lotta delle donne per l’autodeterminazione: storie dall’Afghanistan

donne afghanistan
Presentato a Roma il film di Sahraa Karimi 'Hava, Maryam & Aisha': "Molti in Afghanistan oggi condividono le idee dei talebani. La donna è considerata una schiava"
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di Fabrizia Ferrazzoli e Alessandra Fabbretti

ROMA – ‘Apriamo gli occhi all’esistenza’ può essere un’affermazione, un invito, uno spunto di riflessione dal sapore universale. Con questa esortazione però domenica pomeriggio il RIFF, Rome Independent Film Festival, ha voluto accendere i riflettori sul genere femminile. Protagonista assoluta al Nuovo Cinema Aquila che ospita la rassegna è stata la regista afghana Sahraa Karimi, presente in streaming per raccontare la sua storia e il suo vissuto alla platea. ‘Hava, Maryam & Aisha’ è la sua opera prima nell’ambito del lungometraggio, un lavoro uscito nel 2019 e proiettato nella sala romana insieme a due cortometraggi scritti e ideati da studenti del liceo e vincitori del contest lanciato da D.i.Re ‘IO POSSO! Uscire dalla violenza: il potere di generare libertà per sé, per tutte’. Anche grazie al lavoro dei giovani cineasti, ‘Giù la testa’ degli studenti Lorenzo Vitrone e Elena D’Ugo della Scuola d’Arte Cinematografica Gian Maria Volonté di Roma, e ‘La storia è donna’ degli allievi del Liceo scienze umane Chini Michelangelo di Lido di Camaiore, la riflessione ha valicato i confini afghani e fatto il giro del mondo, passando per l’Italia e arrivando per esempio in Africa o in India. Al film è infatti seguito il dibattito con le ospiti Patrizia Conte Del Ninno (membro della consulta Estero Ugl e Presidente Ong Ciscos presso Onu), Cristiana Scoppa (ufficio stampa D.i.Re), Anna Agus (responsabile raccolta fondi di Terre des Hommes), Romina Nicoletti (CEO and Founder M.Ro Business Cooperation & Innovation Center) e Enrica Onorati (assessora alle Pari opportunità della Regione Lazio) moderate dalla giornalista Roberta De Vito.

Sahraa Karimi nel suo ‘Hava, Maryam & Aisha’ racconta la storia di tre donne diverse per ‘status’ e condizioni di vita ma uguali per un retaggio culturale e sociale che subiscono inesorabilmente. Lo scenario è quello di Kabul, la denuncia, evidentemente, è a quel patriarcato che anche prima del governo Talebano resisteva, nonostante qualche spiraglio di emancipazione cui potevano tendere donne, ragazze e bambine. La regista (classe 1985) proviene dalla seconda generazione di rifugiati afghani in Iran ed è dopo aver recitato in due film iraniani che ha deciso di studiare cinema in Slovacchia per laurearsi in regia. A Kabul è tornata per raccontare la sua gente attraverso documentari prima e poi con i film. Non è un caso sia diventata la prima presidente donna dell’Afghan Film Organization: “Per questo ruolo vengo continuamente criticata per quello che dico e addirittura per come mi vesto– ha raccontato alla platea in sala Sahraa Karimi-  La verità però è che anche prima dell’arrivo dei talebani per una donna non era facile fare l’attrice o la regista: veniva considerata automaticamente immorale. Ora invece è vietato, ecco perché attrici e registe sono dovute scappare dal Paese. Il cliché vede la donna afghana come una vittima. La storia di Hava, Maryam & Aisha- spiega ancora la regista- dimostra però che è possibile decidere, che c’è una libertà di scelta. Agli occhi degli uomini la donna deve essere certamente madre e ‘schiava’. Le giovani afghane mi scrivono, per loro sono una speranza, ma ho anche delle nemiche, le più adulte non vogliono che si accendano i riflettori su alcuni tematiche”.

Ma alle parole di Sahraa Karimi, che sono quelle dedicate al suo ‘popolo’, fanno eco per esempio quelle di Anna Agus (Terre des Hommes) che al pubblico ha raccontato come in India e in Africa i matrimoni forzati siano ancora all’ordine del giorno e quanto sia importante per le giovani donne avere dei ‘rifugi’ e dei centri dove possano essere accolte e indirizzate verso una nuova vita. A caricare il racconto sui destini delle giovani donne del mondo è intervenuta anche Cristiana Scoppa della rete D.i.Re con storie di violenza tutte italiane. “Nel 2014 nel Lazio avevamo 8 centri antiviolenza e 8 case rifugio, oggi nel 2021 abbiamo 28 centri antiviolenza e 12 case rifugio- afferma l’assessora Onorati della Regione Lazio- nel 2022 implementeremo ancora di più questi servizi, per permettere alle donne di rinascere all’interno di un mondo fatto di sicurezza, autodeterminazione, formazione, cura, ripartenza e ripresa”. Viene da dire allora che tutto il mondo è Paese e che ‘aprire gli occhi all’esistenza’ resta tra le urgenze più importanti di sempre.

LA RIFUGIATA AFGHANA: “HO LASCIATO TUTTO MA RITORNERÒ

“Mi sono laureata in medicina a Kabul, lavoravo già in ospedale ed ero felice, nutrivo grandi speranze per il futuro. Tutti ne avevamo, anche per le future generazioni. Poi in Afghanistan i talebani hanno ripreso il potere ed è finito tutto. Ma so che non sarà così per sempre: spero di poter tornare il prima possibile e riprendere ad aiutare le persone”.

Fatima è una rifugiata afghana giunta da poche settimane in Italia, accolta in uno dei tanti centri gestiti nel nostro Paese dall’organizzazione Differenza donna, specializzata nel contrasto alla violenza di genere. Alla vigilia della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, la storia di questa rifugiata è emblematica dei pericoli a cui le donne sono esposte in Afghanistan, a partire dal suo nome, Fatima, che è inventato: rivelare la vera identità potrebbe far correre dei rischi a lei e a chi ha lasciato in Afghanistan. “Le persone rimaste nel mio Paese sono in grave pericolo, soprattutto le donne” denuncia Fatima all’agenzia Dire, ricordando che i miliziani prendono di mira in particolare coloro che lavoravano o rappresentavano più di tutti il cambiamento sociale. Fatima rientra in tutte queste categorie: non solo era un medico e un’insegnante, ma grazie alla collaborazione con altre colleghe era responsabile di una piccola associazione che prestava assistenza ai profughi afghani appena giunti a Kabul da tutto il Paese. “L’abbiamo creata all’inizio della scorsa estate- continua la dottoressa- perché dopo la partenza delle forze Nato, le violenze sono aumentate e in molti hanno dovuto lasciare le proprie case“. Il 15 agosto poi, i talebano hanno preso la capitale e occupato i palazzi del potere, sancendo la fine della Repubblica e l’avvento dell’Emirato islamico. Subito i miliziani hanno imposto severe restrizioni alle libertà personali, e molti divieti hanno colpito le donne, a cui ora è vietato studiare o lavorare, mentre alcune attiviste sono state uccise o sono costrette a vivere nascoste.

Fatima fisicamente è incolume ma ha subito l’ingiustizia di perdere prima la sua quotidianità e poi di doversi trasferire in un Paese straniero, lasciando indietro la casa e gli affetti a causa di giochi politici più forti dei sogni. Sebbene le donne possano subire violenza in tanti modi, però, lei non si arrende. “Oggi non abbiamo nessuna possibilità di proseguire il nostro lavoro- dice- ma in futuro intendiamo continuare: i servizi medico-sanitari sono disperatamente necessari in Afghanistan e ci sono anche altri problemi come la mancanza di cibo e di acqua potabile. Non appena mi sarò sistemata, spero di riuscire a riprendere il mio lavoro da qui, dall’Italia“. Prima che il progetto naufragasse, con le compagne dell’associazione Fatima sperava anche di sostenere le donne che avrebbero voluto laurearsi in medicina, “soprattutto quelle provenienti dalle campagne”. L’occasione dell’intervista è la proiezione del film ‘Hava, Maryam and Aisha’ della regista afghana Sahraa Karimi nell’ambito del Riff – Rome Independent Film Festival, dal 18 al 26 novembre. In collegamento dall’estero, al termine del film Karimi dice: “Molti in Afghanistan oggi condividono le idee dei talebani. Non è solo un problema di ideologia ma di mentalità: la donna è considerata una schiava, non può decidere per se stessa. Quindi molti pensano che le donne registe come me, o che svolgono altre professioni, vogliano promuovere i valori occidentali, quando in realtà noi ci battiamo soltano per i nostri diritti”.

In Italia Fatima ha trovato una nuova casa, accolta in uno dei tanti centri nazionali di Differenza donna, creati per ospitate donne migranti o vittime di tratta. Migena Lahi, responsabile dell’accoglienza, alla Dire spiega il senso di questo nuovo capitolo del lavoro dell’associazione: “Quando è scoppiata la crisi afghana abbiamo subito scelto di ospitare le donne provenienti da quel Paese perché ci rendiamo conto che vivono un momento di estrema vulnerabilità”. Un’azione che coincide con “il riconoscimento dei diritti delle donne e delle donne migranti, e in virtù di un principio di solidarietà internazionale, intersezionale e di genere che sottende l’intero lavoro della nostra associazione”. Aiutare le rifugiate afghane, conclude Lahi, risponde quindi appieno “all’attivismo per l’empowerment e i diritti di bambine, ragazze e donne che guida l’azione politica della nostra organizzazione”.

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