Mojo Italia, Smorto (Repubblica): “Giornalisti condannati a studiare sempre”

Al via dal 27 settembre la seconda edizione di Mojo Italia, il festival del Mobile Journalism dedicato ai professionisti del giornalismo
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ROMA – Continua il nostro viaggio alla scoperta dei pareri più illustri nel mondo del giornalismo su come le nuove tecnologie e in particolare gli smartphone stanno rivoluzionando il mondo della comunicazione e del giornalismo.

Di prospettive e nuovi orizzonti abbiamo parlato con Giuseppe Smorto, vicedirettore di Repubblica e storico direttore di Repubblica.it.

– Che cosa pensi di questa intervista realizzata con un cellulare?

“Sono piuttosto imbarazzato perché i giornalisti non vanno mai intervistati però sono piacevolmente stupito dalla leggerezza dell’attrezzatura. Questo secondo me è un aspetto molto positivo della professione perché significa che è più facile fare del buon giornalismo ed è più facile muoversi, e a tal proposito penso al Festival che state celebrando, fornendo dei prodotti di qualità. Un tempo non molto lontano, 5 o 10 anni fa, fare le riprese era molto più difficile, costava molto di più e adesso invece ci troviamo alle prese con nuovi linguaggi, nuovi modi di fare il giornalismo e questo è un dato senz’altro positivo”.

– Che cosa rappresentano per il giornalista le nuove tecnologie e in particolare lo smartphone, una sfida o una minaccia?

“Una sfida e secondo me tutti i giornalisti, di qualunque età, sono condannati a rimettersi a studiare perché queste nuove forme di giornalismo devono essere apprese e devono far parte del bagaglio del mestiere. Io ritengo una fortuna quella che mi è accaduta ad un certo punto della mia vita, ovvero lavoravo sulla carta e poi mi hanno messo al online e questo mi ha permesso e obbligato a tornare a studiare”.

“Si studiano nuovi linguaggi, nuovi strumenti, poi naturalmente le gerarchie della professione sono sempre le stesse. Bernardo Valli sarà sempre il più grande giornalista di esteri del mondo, i più bravi restano i più bravi ma resta il fatto che noi all’interno dei giornali avremo sempre più bisogno di giornalisti che lavorano con questi nuovi linguaggi”.

– In base alla tua esperienza, visto che sei stato direttore di Repubblica.it in anni in cui il cambiamento ha preso corpo, il linguaggio come è mutato?

“Ci sono sicuramente aspetti positivi e negativi: tutto è molto più veloce e noi sappiamo benissimo che per catturare l’attenzione dell’utente – parlando di mezzi digitali – noi abbiamo poco tempo, pochissimi secondi, quindi i prodotti giornalistici devono essere subito accattivanti e significativi fin dalle prime battute. Purtroppo, da un certo punto di vista, i prodotti lenti non funzionano”.

“L’aspetto positivo è che se tu sei bravo riesci a fare del buon giornalismo in pochi secondi. L’aspetto negativo è che molto spesso proprio la velocità fa sì che vengano veicolati dei contenuti fake, fatti male o che si basano sull’emozionalità o magari sulla finzione. Questo oltre a essere un aspetto negativo è anche la distinzione che c’è tra il buono e il cattivo giornalismo. Da questo punto di vista vale quello che valeva cento anni fa: la differenza la fa la qualità, la scrittura, il buon video, il buon prodotto, la battuta fatta bene o il modo di iniziare il servizio”.

– Una provocazione: è meglio un buon pezzo o un buon video?

“E’ meglio un buon pezzo per il giornale cartaceo, è meglio un buon video per il giornale online”.

– Se dovessi dare un consiglio ad un ragazzo che oggi decide di voler fare il giornalista?

“Io penso che un buon giornalista deve avere una dote che non insegnano in nessuna scuola: la motivazione, ovvero il fuoco. In un mondo sicuramente molto in crisi come il nostro comunque ci sarà sempre bisogno di giornalismo e di giornalisti. Certo con il tempo, se queste sono le tendenze mondiali, ci saranno meno giornalisti, ma il giornalismo non scomparirà, ci sarà sempre qualcuno che dovrà farlo in nome dell’opinione pubblica”.

“La discriminante decisiva è la motivazione. Se uno ha il fuoco dentro e vuole farlo è giusto che ci provi. Noi in questi anni abbiamo visto tanti giovani e tanti ragazzi passare nella nostre redazioni e molti li abbiamo anche assunti, ma la differenza in molti casi non la faceva nemmeno la tecnicalità e cioè il fatto che avevano frequentato delle buone scuole o avevano fatto delle buone università, ma il fuoco che avevano dentro”.

– Non è paradossale che in un momento come questo dove tra giornali cartacei, social network, siti, servono tanti contenuti e quindi il ruolo di mediazione del giornalista è determinante più che mai, il mondo del giornalismo sia in crisi dal punto di vista occupazionale?

“Il mondo del giornalismo è in crisi dal punto di vista occupazionale, come sono in crisi tante professioni, perché la rivoluzione digitale non ha capito solo i giornali. Per fare un esempio ovvio che si fa sempre: una volta noi il viaggio lo compravamo in un’agenzia oggi molti di noi lo organizzano da soli, per il giornalismo però è diverso perché è una forma anche di interpretazione delle notizie che spiega il motivo per cui accadono certi fatti e dietro ha bisogno di una professione, di una professionalità”.

“Questa è la differenza che c’è tra un passante che vede un fatto e lo segnala, una volta si parlava di Citizen journalism, perché lo ritiene il fatto più importante del mondo, ma poi la realtà è che ci sono delle persone all’interno e all’esterno delle relazioni che invece stabiliscono qual è davvero il fatto più importante del giorno e lo stabiliscono se sono bravi, in base alla loro professionalità”.

– Non basta dunque avere un cellulare in tasca per essere dei reporter…

“No perché queste persone possono essere reporter per un giorno, ma noi cerchiamo e abbiamo bisogno di reporter per tutta la vita. Bisogna studiare tanto. Come per assurdo, non basta più saper scrivere, cioè il buon italiano o il buon inglese sono cose che noi diamo per scontate, allo stesso modo il giornalista ideale è una persona che in qualche modo sa fare tante cose”.

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24 Settembre 2019
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