FOTO | Fiordi, cime e la fine dell’Europa. Viaggio in Norvegia tra Capo Nord e le Lofoten

Nell'anno del Covid, viaggio in una terra in cui il distanziamento sociale è nel dna. E dove si incontrano molte renne, tanta acqua, rocce spruzzate di neve a picco sui fiordi, cascate
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BOLOGNA – Poca gente, molto spazio e distanziamento garantito, ma in Europa e più lontano possibile. Nell’anno del coronavirus, anche il viaggiatore compulsivo deve fare i conti con la realtà e, specie se si è già visto annullare un viaggio a causa del lockdown, col terrore di finire in una spiaggia con cabine e ombrelloni si mette sotto a studiare le possibili mete. Collegato costantemente col sito del ministero degli Esteri, arriva finalmente alla soluzione: Capo Nord e isole Lofoten. Anche se a gennaio era già con la mente in Botswana, finisce in Norvegia, paese con la più bassa densità abitativa del continente e dove, appunto, il distanziamento sociale è nel dna. Ma non resta deluso. Il Nord della Scandinavia, infatti, è perfetto per chi ama la natura. Pure se non ci sono i leoni, di certo ci sono molte renne, tanta acqua, rocce spruzzate di neve a picco sui fiordi, cascate. E poi d’estate non fa mai buio, sembra di sentire il fuso orario e ci si può dimenticare almeno per qualche giorno (prima di crollare), che a una certa ora bisogna andare a letto. 

Tromsø, la città artica

L’arrivo è a Tromsø, cittadina da 70.000 abitanti dove sia l’Università che la cattedrale si fregiano del titolo “artica”. Di gente, covid o no, non ce n’è molta e nel primo bar dove ci fermiamo si ordina obbligatoriamente dal tavolo con un’app del cellulare che elenca diversi locali del paese, tanto che finché non ti arriva, ti domandi se la tua birra è finita sul tavolo di un bar di Oslo. La mattina ti svegli col sole in faccia, convinto che siano le 10, ma sono solo le 4. Un paio di ore dopo sali in macchina, inforchi la E6 e vai verso Alta tra fiordi, fiori e cime: è come viaggiare accanto a un lago alpino infinito e con l’acqua salata. Poi sulla strada che fiancheggia la costa sfilano le tipiche, minimali e fiabesche casette rosse. Il mare col sole che splende non pare nemmeno così scuro, e anzi dove l’acqua è bassa prende un verde smeraldo. Presi dal paesaggio, ecco il primo rischio di tamponare una renna. Quassù, infatti, essendo ovunque, sono segnalate dai cartelli sulle strade e pare che nascondano persino nelle gallerie. 

Capo Nord

Al di là di quello che rappresenta per l’immaginario, arrivare a Capo Nord è un viaggio in sé. La E69 corre prima in mezzo al nulla, tra piante basse e fiumi, poi arrivi al mare e le nuvole scendono grigie, prima sulle cime delle rocce, poi fino all’acqua. Attorno, erba morbida come un tappeto, laghi dall’acqua limpidissima, sassaie, ancora renne. A Capo Nord c’è sole, cosa rara, ci dicono, e infatti d’improvviso arriva la “sea fog”, la nebbia del mare, che ricopre tutto. Tornando indietro passiamo per due deliziosi villaggi di pescatori: Gjesvær e Kamøyvær  coi pescherecci, le reti, le corde, e piccole poche case con le lampade alle finestre. Perché in Scandinavia è un classico, una tradizione nata per illuminare le lunghe notti invernali e indicare la via di casa a viandanti e pescatori. 

Verso le Lofoten

La traversata verso le isole è lunga, e la pausa per il pernotto a Sjovegan è uno spettacolo: dormiamo in casette appoggiate sul fiordo, con tanto di terrazza a pelo sull’acqua, tavolini, il molo. Ci accorgiamo che è ora di dormire solo all’una e mezzo di notte, dato che il sole è appena dietro le montagne. La mattina dopo, dopo un’altra traversata, ecco Slolvaer e le Lofoten. Piove di una pioggia stretta, ma ci avventuriamo comunque verso la città dal nostro cottage in mezzo al bosco e accanto a un laghetto. A cena, da veri turisti senza cuore né coscienza, assaggiamo la balena, che in Norvegia è cacciata in un numero molto più basso quanto prevede la legge e proprio a beneficio dei turisti senza né cuore né coscienza. 
 

I villaggi di Å, Reine, Nursfjiord

Nell’ultima punta a sud delle Lofoten c’è un villaggio di pescatori di merluzzo (con tanto di museo dello stoccafisso) che si chiama Å, si, solo la lettera A, col “pallino” sopra. Assieme a Hamnøy, Reine e Nursfjord sono dei piccoli gioiellli. Proprio ad Hamnøy, per riscattare parzialmente il peccato della balena, salviamo un gabbiano che ha becco e zampe imprigionate in un retino di plastica, poi ci cimentiamo in una camminata che pare più una scalata, persino l’app del trekking la definisce “estenuante”. Arrivati in cima, all’inizio c’è solo nebbia nell’altro versante, quindi non si capisce nulla. Ma quando si dirada ti si apre davanti uno spettacolo di panorama: le casette, il fiordo, il mare. Pare di essere al cinema davanti a un mega schermo ma a 360 gradi. Da vertigine, ma di bellezza. A a Nursfjord, altro paesino spettacolare, mentre sorbiamo una birretta (al modico prezzo di 10 euro) ci dicono che la nave di media grandezza che ha gettato l’ancora un po’ più in là, è del re di Norvegia, fatto che riteniamo confermato da una ragazza che si affretta a portare un piatto di frutta (talmente curato da sembrare una torta) verso un natante, dove il pilota è in alta uniforme. 
 

La spiaggia bianca di Bleik

Tornando verso il nord dell’arcipelago, ci fermiamo a Bleik, in un campeggio con cottage “fatati”: hanno l’erba e i fiori sul tetto e dentro, in pochissimi metri quadri, c’è tutto: dalla cucina al forno, al bagno. Fuori, invece, c’è una lunga spiaggia bianca che, se non fosse per l’assenza di palme, sembrerebbe tropicale. Alcuni di noi fanno il bagno e poi organizziamo una bella grigliata sulla sabbia che salta (subito dopo aver speso un patrimonio in carne) per la pioggia che arriva improvvisamente e ci costringe a ‘grigliare’ in casa. Ne nasce una fumana che fa scattare l’allarme antincendio e accorrere metà campeggio. Figuraccia assicurata.
 

I soliti italiani

A proposito di figuracce, durante la nostra permanenza in Norvegia ne inanelliamo diverse. A parte le file saltate davanti agli sportelli e i pranzi improvvisati in mezzo alla strada, con taglieri di salami e parmigiano e conclusi con caffé della moka da sei che gorgoglia sul fornellino, in un campeggio una volta i norvegesi ci hanno chiuso nella cucina comune per arginare il gran baccano che stavamo facendo. Un’altra volta abbiamo parcheggiato alla selvaggia, con tanto di richiamo, e sospettiamo anche di aver apostrofato con un complimento “all’italiana” la principessa a Nursfjord. Senza contare le occhiatacce che ci siamo presi per tutte le volte che parlavamo con un tono di voce da partita di Champions.
 

Andenes, le balene che ci puniscono per averle mangiate, Oslo

Tra le ultime tappe c’è Andenes, dove andiamo a fare whale watching in mezzo al mare. Di balene, però, ne vediamo poche. Giusto diversi globicefali e una solitaria megattera, probabilmente la giusta punizione per aver mangiato un animale in pericolo di estinzione. Da qui si parte verso la terraferma direzione Senja, con tempo da lupi e i paesaggi che continuano a sfilare, seppur meno luminosi. Ancora un giro a Tromsø e una breve tappa a Oslo, dove ci sono 25 gradi e dove le norvegesi, evidentemente tutte modelle, di un metro e 80, bionde e ventenni, si stendono a prendere il sole nel parco, facendo venire un mezzo infarto ai ragazzi del gruppo. Tour finito, ma c’è da scommettere che almeno i compagni di viaggio di sesso maschile abbiano già prenotato un volo per tornare a Oslo.
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24 Agosto 2020
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