Amatrice, tre anni dopo il terremoto: “Italia territorio fragile, dobbiamo metterlo in sicurezza”

Lo ha detto il capo del Dipartimento della Protezione civile, Angelo Borrelli, in occasione della cerimonia ad Amatrice
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ROMA – “Abbiamo un patrimonio fragile e dobbiamo fare di tutto per metterlo in sicurezza. C’è uno scarso appeal da parte della popolazione su questi interventi: si sostituiscono porte e infissi, si installano sistemi antintrusione ma poi non si fanno gli adeguamenti antisismici”. Lo ha detto il capo del Dipartimento della Protezione civile, Angelo Borrelli, in occasione della cerimonia ad Amatrice per la commemorazione dei tre anni dal sisma che colpì il Centro Italia nel 2016.

“Ad Amatrice- prosegue Borrelli- sarà fatta un’opera di ricostruzione con strutture adeguate sismicamente e i futuri terremoti non porteranno eventi devastanti come quelli che abbiamo registrato. Nel 2017 sono stato ad Assisi che era stata colpita da un terremoto maggiore di quello del 1997, e i lavori di ricostruzione di allora hanno consentito di superare l’evento del 2017 senza alcun danno”.

VESCOVO RIETI: IN QUESTI 3 ANNI TANTA CONFUSIONE

“Senza un progetto, cioè senza un respiro lungo non si va da nessuna parte. E come si vede, proprio in questi giorni, l’Italia stessa boccheggia. Più che una visione in questi tre anni si è fatta strada una certa confusione. Se manca uno sguardo condiviso si spegne anche l’entusiasmo, passata l’adrenalina dell’emergenza. Sapere, ad esempio, cosa fare delle cosiddette ‘Aree interne’ del Paese è un modo concreto per fare chiarezza rispetto ad un contesto che va rigenerato non per ostinazione, ma per necessità. Perché l’Italia senza i borghi dell’Appennino non è più la stessa”. Lo ha detto il vescovo di Rieti, Mons. Domenico Pompili, nell’omelia al Palazzetto dello Sport di Amatrice in occasione del terzo anniversario dal terremoto che sconvolse il Centro Italia.

“Occorre però- ha continuato- che su questa priorità si converga quando si decide di infrastrutture, servizi sociali, opportunità culturali. Più che una visione in questi tre anni si è affermata una limitazione che coincide con il proprio ‘particulare’. L’ingenuità di cavarsela da soli, peraltro, è figlia di una mentalità diffusa: quella del ‘prima io’, che porta a non prendersi cura dell’insieme. Il rarefarsi della socialità, a dispetto dei social, è l’esito triste del restringimento mentale degli individui. E quando vien meno il campo largo sulla realtà la capacità di resistere scompare”.

“Ritrovare una ‘visione’- ha concluso il vescovo- è l’unica strada per sottrarsi alla paralisi di un’analisi senza speranza. Lo dobbiamo non solo ai nostri figli, ma anche a quelli che non sono più tra noi. La domanda vera, infatti, non è da dove vieni, quanto ‘dove vai?'”.

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