Al via progetto Sant’anna Pisa-Forze armate a 20 anni dalla risoluzione 1325

Un progetto sperimentale in tre fasi che impegnerà gli allievi dell'ateneo toscano, della Luiss di Roma e dell'Accademia Militare di Livorno nella realizzazione di un contributo sulle pari opportunità
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ROMA – A 20 anni dalla risoluzione 1325 su ‘Donne, pace e sicurezza, primo documento del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite a menzionare esplicitamente l’impatto dei conflitti armati sulle donne sottolineando il contributo femminile per la risoluzione dei conflitti e per la costruzione di una pace durevole, la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, in collaborazione con il Comando operativo di vertice interforze (Coi) e le Forze armate, lancia un progetto sperimentale in tre fasi che impegnerà gli allievi dell’ateneo toscano, della Luiss di Roma e dell’Accademia Militare di Livorno nella realizzazione di un contributo sulle pari opportunità e la prospettiva di genere nelle Forze armante e nei teatri operativi.

Al via oggi con il convegno ‘Il ruolo delle donne nelle situazioni di conflitto‘, la prima fase del progetto intitolato ‘La prospettiva di genere e la sua adozione nelle operazioni militari a 20 anni dalla risoluzione Onu 1325/2000‘, consisterà in “lezioni a favore degli allievi delle accademie e università coinvolte e di quattro scuole militari- spiega l’avvocata Federica Mondani, gender advisor del Coi- Si passerà poi alla seconda fase, con la discussione dei contributi ricevuti e la preparazione degli elaborati per la fase tre, un seminario che organizzeremo tra maggio e giugno con la simulazione di case study alla presenza delle più alte cariche politiche e militari”. Un’applicazione sul campo che sarà arricchita dal collegamento “con due teatri operativi, probabilmente dal Libano con la missione Unifil e dal Kosovo con la missione Kfor, in cui i gender advisor proporrano casi di studio realmente vissuti”, che saranno discussi con le allieve e gli allievi coinvolti.

Obiettivo finale del progetto, infatti, è “sviluppare un pensiero innovativo” a partire dal coinvolgimento di “università e accademie militari”, per ampliare quell'”armonizzazione” che, su questa materia, ha caratterizzato la visione di Nato, Ue e Piani di azione nazionale e che, nell’ambito “di un processo complesso come quello delle Forze armate, non è poi così scontato- sottolinea l’avvocata Mondani- I principi ispiratori della risoluzione 1325/2000 sono: protezione dei diritti umani delle donne, delle ragazze e dei soggetti vulnerabili; prevenzione dei conflitti dove le vittime sono donne, ma anche del commercio sessuale e degli abusi sessuali; partecipazione ai processi decisionali pubblici e privati e durante la ricostruzione post-bellica, anche nei livelli più alti delle istituzioni; soccorso”. In questa griglia di missioni si inseriscono le skill delle donne nel loro ruolo di mediatrici e negoziatrici, che devono stare nei tavoli decisionali “per suggerire a chi comanda come arrivare alla stabilizzazione e alla pace”, continua Mondani. Un ruolo, quindi, che riconosce come fondante l’empowerment femminile, strumento propulsivo messo a valore nelle figure del ‘gender focal point’, che “si occupa di strategia, programmazione e coordinamento”, e del ‘gender advisor’, che invece è un vero e proprio “consulente del comandante, in grado di dare suggerimenti anche in pochi istanti facendo un’analisi di genere preliminare”.

“La risoluzione 1325 è il frutto di un percorso molto lungo che parte da un interesse specifico dell’Onu sulle questioni di genere”, spiega Anna Loretoni, preside della Classe di Scienze Sociali della Scuola Superiore Sant’Anna, che ricorda l’importanza delle conferenze mondiali sulle donne precedenti, in particolari di Città del Messico 1975, Copenaghen 1980, Nairobi 1985 e la conferenza sui diritti umani di Vienna 1993, “in cui è stato presentato lo slogan ‘i diritti delle donne sono diritti umani'”, a voler rafforzare un’inclusione che scontata non è.

Ma il testo politico più importante in questa direzione, ricorda Loretoni, viene sicuramente da Pechino 1995, la conferenza Onu sulle donne che portò all’adozione del principio del ‘gender mainistreaming’ e al “superamento di una concezione delle donne non sono solo come vittime della violenza nei contesti di conflitto, ma agenti positivi e propulsivi nella gestione delle situazioni di conflitto e post-conflitto”. Donne costruttrici di pace e sicurezza, quindi, capaci di vedere “quello che da una prospettiva neutra spesso non si riesce a vedere”, attrici di primo piano “quando la vittoria militare è già stata attribuita” e occorre avviare la “ricostruzione”, in cui è fondamentale “la collaborazione tra civili e militari”.

Sono tanti, però, i “dilemmi pratici” nell’implementazione della risoluzione nei teatri operativi, ricorda Elisa Piras, dell’Istituto Dirpolis (Diritto, Politica, Sviluppo) della Scuola Superiore Sant’Anna. Da “una partecipazione traballante che ha portato a un’insufficiente inclusione delle donne in ruoli significativi nelle transizioni di potere e nella gestione della pace” ai “budget presenti solo nel 33% dei Piani di azione nazionale”, che ancora non sono stati adottati da Stati quali Turchia e Russia; dal fenomeno del ‘gender sidestreaming’, per cui “le donne sono state sì inserite, ma in posizioni defilate”, in ruoli di “logistica, comunicazione e assistenza” all’esigua presenza femminile nelle Forze armate e nel peacekeeping di Paesi come la Francia. “Oggi nelle operazioni internazionali di peacekeeping il personale femminile corrisponde al 4,8%- sottolinea Piras- quindi siamo ancora molto lontani da un’inclusione numericamente rilevante e, soprattutto, il gender mainstreaming è limitato dal fatto che ai ruoli di comando le donne sono ancora veramente poche”. Una speranza, in questo senso, arriva dalla “risoluzione 2538 del Consiglio di sicurezza dell’agosto 2020”, che invita a rafforzare il loro ruolo nel peacekeeping internazionale e in cui “c’è finalmente un’attenzione specifica per informazione, training e opportunità date alle donne delle Forze armate nazionali per fare domanda ed essere scelte per operazioni all’estero”, osserva Piras. “C’è anche un’attenzione onesta per fare ammenda e guardare oltre i casi di coinvolgimento del personale di peacekeeping delle Nazioni Unite in molestie e sfruttamento della prostituzione- conclude- Per la prima volta in un documento che concerne questo tema viene espressa tolleranza zero verso le molestie nelle operazioni di peacebuilding”.

RETTRICE SANT’ANNA: “PROGETTO ATENEI-FORZE ARMATE OCCASIONE APPRENDIMENTO”

“Sono contenta di essere qui per tante motivazioni. Prima di tutto, per il tema che ci sta a cuore e su cui la scuola si sta impegnando da tanto tempo: cosa vuol dire ridurre il gender gap, cosa vuol dire inclusione, cosa vuol dire mettere in campo una serie di piccoli grandi accorgimenti per far sì che non diventi un operazione straordinaria, ma una serie di politiche di continuità dove tutti devono avere la possibilità di mettere in campo le proprie doti, capacità e il proprio talento nel contesto in cui sono chiamati ad operare”. Così la rettrice della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, Sabina Nuti, in apertura del convegno ‘Il ruolo delle donne nelle situazioni di conflitto‘.

“La seconda motivazione per cui penso che sia veramente importante questo lavoro è che l’avvocato Mondani ce l’ha presentato come un progetto ricerca-intervento, in termini metodologici la tipologia di progetto che ci piace di più- aggiunge la rettrice- Si studia un tema, si cerca di capirne tutti i suoi risvolti, in termini di complessità dal punto di vista scientifico e di impatto nel contesto sociale in cui operiamo, ma poi non ci tiriamo indietro a mettere le mani in pasta sul problema”, in modo da avere “una parte pratica e operativa, per cercare di capire l’impatto nell’affrontare questo tema e come voi, protagonisti del futuro, potete fare la differenza”. Un ambito, tra l’altro, non nuovo alle attività della scuola che lavora “con le forze armate e nell’ambito del peacekeeping”, che, secondo Nuti, rende particolarmente interessante il progetto.

“La terza motivazione- prosegue la rettrice della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa- riguarda il tema del benchmarking. Io credo che nella pubblica amministrazione si cresce se ci si confronta, perché fortunatamente per il settore pubblico il mercato non c’è, non abbiamo un cliente finale che grazie alle sue opzioni di scelta del prodotto o servizio ci fa capire se stiamo rispondendo o meno, non abbiamo il profitto che ci dice se un’organizzazione è efficace o no, ma abbiamo la possibilità di un confronto costruttivo. Questa idea di mettere in campo le scuole delle Forze armate a confronto con due università- sottolinea- mi è sembrata un’occasione molto bella di apprendimento. Seguirò questo bel progetto da vicino- conclude- ringrazio molto i presidi, in particolare la preside Loretoni, per essersi presa a cuore questa iniziativa e il collega Bellè a cui ho proposto di fare un pezzo di sperimentazione legata a questo progetto e che ha accettato”.

MOROSINI (COI): “FONDAMENTALI PER FORZE ARMATE IN RISOLUZIONE CRISI”

“Per anni i militari hanno pensato che qualsiasi operazione potesse essere risolta con l’impiego dello strumento militare, poi ci si è resi conto che non può essere l’unico, ma che serve un ventaglio di capacità, strumenti e energie. Nell’ambito di questo ventaglio abbiamo capito che le competenze, le capacità e la sensibilità del personale femminile sono fondamentali. Ecco perché, come militari, ci occupiamo di questioni di genere e perché riteniamo fondamentale che questa prospettiva sia compresa e diffusa a livello culturale a tutto il personale delle Forze armate e a quello presente nei teatri operativi”. Così il comandante Alessandro Morosini, del Comitato operativo di vertice interforze (Coi), spiega il ‘comprehensive approach’ intervenendo al convegno.
Morosini, che ricorda l’attuale impegno della Difesa in Italia e nel mondo con 13.600 militari – di cui 7.900 in tre operazioni nazionali e 5.700 in 36 teatri operativi fuori area – spiega come il Coi abbia cominciato ad occuparsi di questioni di genere proprio a partire dalla risoluzione 1325 delle Nazioni Unite. “La risoluzione dice che le donne non possono essere viste solo come le vittime di un conflitto, ma devono essere considerate parte attiva nella risoluzione della crisi e avere la possibilità di essere coinvolte nel processo di pacificazione. Bisogna anche sentire il loro punto di vista affinché la pace conseguita possa essere duratura, se questo non succede- avverte- c’è il rischio che la pace possa essere conseguita, ma non mantenuta”.

Tali principi, ricorda Morosini, “sono stati ripresi anche dall’organizzazione atlantica che ha creato la figura del ‘gender advisor’, presente in tutte le operazioni della Nato, in grado di istruire il comandante su come deve affrontare determinate problematiche affinché possa essere di aiuto per la risoluzione della crisi”. Così “si è cominciato a parlare anche nelle Forze armate di prospettiva di genere, a impiegare nei teatri operativi personale che avesse questa capacità di comprenderla all’interno della propria organizzazione e di capire come influisce nel contesto socio-culturale in cui va a operare la missione. Soprattutto- conclude Morosini- si è arrivati a capire che nell’ambito del comprehensive approach l’impiego delle donne è fondamentale per conseguire una pace duratura“.

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