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Sudan, Manconi: “Incostituzionali i rimpatri collettivi”. Napoli: “Paese è al limite”

Presentazione al Senato di un rapporto annuale, fondato su testimonianze raccolte nell'arco di mesi. Pagine dense di ricostruzioni e analisi, ma anche di appelli e denunce
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ROMA – Un respingimento collettivo deciso sulla base della nazionalità configurerebbe una discriminazione e sarebbe dunque incostituzionale: lo spiega alla DIRE Luigi Manconi, presidente della Commissione del Senato per la promozione e la tutela dei diritti umani, sulla vicenda dei 40 sudanesi espulsi dall’Italia in agosto. “Attività di respingimento, espulsione o rifiuto di natura collettiva sono incostituzionali – sottolinea Manconi – e violano tutte le convenzioni a tutela dei diritti fondamentali della persona”.

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I migranti erano stati deportati poche settimane dopo la firma di un accordo per la gestione dei flussi e rimpatri da parte dei ministeri dell’Interno di Italia e Sudan. In relazione alla vicenda, questo mese le ong del Tavolo nazionale asilo hanno presentato ricorso presso la Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Un percorso necessario, secondo Manconi, convinto che sia necessario ribadire i principi. “Tutte le richieste di protezione indirizzate alle nostre autorità devono essere esaminate singolarmente e i rifiuti devono esser motivati persona per persona” sottolinea il senatore. “Un respingimento collettivo deciso sulla base della nazionalità configurerebbe una discriminazione etnica”. Al centro, ancora, l’intesa tra i ministeri dell’Interno di Italia e Sudan. “Abbiamo ritenuto che il protocollo firmato meno di un anno fa sia contestabile da molti punti di vista” dice Manconi; “Sono stati anche avviati ricorsi per via giudiziaria, che riteniamo fondamentale sostenere”.


NAPOLI: BOMBARDAMENTI E PROFUGHI, IL SUDAN E’ AL LIMITE

“Dal Sud Sudan sono arrivati 300 mila profughi; ormai siamo al limite della sopravvivenza”: a denunciarlo è Antonella Napoli, presidente dell’associazione Italians for Darfur, una regione nel cuore dell’Africa spazzata da una nuova onda di instabilità e conflitto. L’occasione del colloquio con la DIRE è la presentazione al Senato di un rapporto annuale, fondato su testimonianze raccolte nell’arco di mesi. Pagine dense di ricostruzioni e analisi, ma anche di appelli e denunce. Dall’inizio del 2016, si legge nel rapporto, in Darfur almeno 200 persone sarebbero state uccise in bombardamenti e attacchi condotti con armi chimiche.


Un nuovo capitolo, sottolinea Napoli, di un conflitto cominciato quasi 15 anni fa e che però ora ne incrocia un altro, quello nel Sud Sudan. Il Paese più giovane al mondo, divenuto indipendente da Khartoum solo nel 2011, è ostaggio degli scontri tra l’esercito del presidente Salva Kiir e i ribelli legati al suo ex vice Riek Machar. I profughi sono circa tre milioni. E molti di loro hanno attraversato un confine tracciato solo sulla carta, raggiungendo il Darfur. “Oltre ai 300 mila sud-sudanesi sono stati accolti gli sfollati dei Monti Nuba, una regione confinante dove pure c’è una recrudescenza del conflitto” sottolinea Napoli: “Le ong umanitarie attive sul territorio sono però sempre di meno, mentre paradossalmente si pensa a una ‘exit strategy’ per Unamid, la missione di peacekeeping dell’Onu e dell’Unione Africana”.

Secondo le stime rilanciate da Italians for Darfur, nella regione gli sfollati sono due milioni e mezzo. Ai sud-sudanesi vanno aggiunti infatti circa 250 mila darfuriani, che sui monti del Jebel Marra avrebbero abbandonato villaggi in fiamme. E preoccupa, soprattutto, l’assenza di una prospettiva politica. “Il nodo del conflitto è la gestione del petrolio” spiega Napoli: “La popolazione locale chiede di poter partecipare alla vita istituzionale e amministrativa, perché le risorse in gioco sono ingenti”. Una richiesta che il governo del presidente Omar Hassan Al Bashir, accusato dalla Corte penale internazionale di crimini di guerra e genocidio, non sembra pronto ad accogliere. “Di recente ha voluto una modifica della Costituzione per reinserire la figura del primo ministro, aprendo in qualche modo all’opposizione” sottolinea la presidente di Italians for Darfur. “I gruppi ribelli non hanno però accolto positivamente questo tentativo, nonostante sia necessario avviare un dialogo serio e concreto che porti a una pacificazione”.

di Vincenzo Giardina, giornalista

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