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Esclusiva dal centro per migranti di Wedrzyn in Polonia: “Arrestato per aver donato cibo”

"Solo per aver dato quattro mele a dei migranti la mia vita è stata completamente messa sotto sopra"
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ROMA – “Nel centro per stranieri di Wedrzyn, la notte a volte non dormiamo per il fragore delle similuazioni militari perché qui accanto sorge un centro di addestramento. L’igiene è scarsa, la gente ha eruzioni cutanee per la sporcizia, mentre gli smartphone non sono ammessi. E abbiamo solo quattro computer per usare internet per 600 persone”. Questa la testimonianza in esclusiva ottenuta telefonicamente dall’agenzia Dire dal centro per stranieri di Wedrzyn, nell’ovest della Polonia. A parlare è Rawad Abou Kamel, uno studente di origini libanesi detenuto da settembre e su cui pesa un decreto di espulsione che è appellabile fino al 28 di dicembre.

Ma come dichiara sempre alla Dire il suo avvocato, Radoslaw Skowron, “Rawad rischia di essere rimpatriato verso il Libano in qualsiasi momento”. Una situazione in cui si troverebbero in molti, stando ai volontari che seguono i migranti nei centri, direttamente o tramite i loro famigliari all’esterno. La maggior parte di loro sono stati arrestati dagli agenti di frontiera ai confini con la Bielorussia da quando, a giugno, è iniziato un inedito incremento negli arrivi irregolari.

Come avverte l’avvocato Skowron, “in realtà uno straniero può essere rimpatriato in qualsiasi momento: prima dell’udienza in appello o anche dopo sei mesi”. Secondo il legale, “i giudici stanno decidendo in base alla legge, ma a causa della crisi dei migranti alla frontiere con la Bielorussia il sistema è sovraccarico e penso che non sia affatto pronto a gestire una simile mole di lavoro. Alcune decisioni vengono prese senza le dovute accortezze”.

Abou Kamel però non è un profugo: non è arrivato dalla Bielorussia né ha dovuto attraversare a piedi il confine. Lui era già in Polonia, partito nel 2016 da Beirut per laurearsi in Business management all’universita di Katowice. Un giorno di settembre, come racconta lui stesso e come conferma il suo legale, Abu Kamel attraversava in macchina una strada provinciale un po’ isolata, quando alcune persone gli hanno chiesto di fermarsi. Si trattava di quattro arabi in grande difficoltà: camminavano da giorni nei boschi ed erano affamati. Così, nei pressi di una stazione di servizio, lo studente li ha lasciati salire a bordo, dandogli alcune mele e dell’acqua che aveva con sé. Poco dopo, una pattuglia della polizia di frontiera lo ha fermato e arrestato: “Le circostanze hanno indotto gli agenti a ritenere che fosse stato colto sul fatto, e lo hanno arrestato per complicità in traffico di migranti irregolari“, dice l’avvocato. Un reato che in Polonia può costare fino a 8 anni di reclusione e che ha fatto scattare il decreto di rimpatrio.

Dopo l’arresto, Rawad Abou Kamel è stato trasferito nel centro per stranieri di Krosno Odrzanskie, dove qualche giorno fa, sempre stando al suo avvocato, “hanno cercato di rimpatriarlo facendogli firmare dei documenti con cui dava il consenso. I fogli però erano in polacco, e sebbene il mio assistito conosca la lingua, non ha esperinza di lessico giuridico e quindi si è rifiutato. Per punirlo, lo hanno trasferito nella struttura di Wedrzyn, dove le condizioni di vita sono inumane”.

Il centro è già stato denunciato da alcuni deputati d’opposizione e volontari polacchi, che riferiscono di cibo scadente, condizioni igienico-sanitarie deplorevoli e celle sovraffollate. A preoccupare, è soprattutto la difficoltà per gli osservatori umanitari, i politici, i giornalisti e gli operatori di accedervi. Come denuncia ancora lo studente di 29 anni, “i profughi qui vivono nella paura perché non ricevono assistenza legale. I pochi che come me hanno un avvocato, devono aspettare che gli agenti gli consegnino il telefonino e questo avviene per un paio d’ore in cui devi sentire gli avvocati e i tuoi familiari. La connessione internet è per lo più instabile, e i pc a disposizione sono solo quattro, insufficienti per noi”.

Abou Kamel, come molti altri migranti provenienti dal Medio oriente, dall’Asia o dall’Africa, sostiene di non aver commesso alcun crimine se non quello di aver “cercato un avvenire diverso, studiare, trovare un lavoro”. Lo studente continua: “Solo per aver dato quattro mele a dei migranti la mia vita è stata completamente messa sotto sopra. In un primo momento il Procuratore aveva creduto alla mia innocenza e imposto una multa. Poi, dopo una settimana, sono stato comunque trasferito nel centro per stranieri. Dalla mia Università mi mandano avvisi, mi sollecitano a non perdere altre lezioni e sessioni d’esame. Sono anche indietro con il pagamento della retta”.

Il suo avvocato conclude: “Tutto è fatto nel rispetto della legge, che però permette comportamenti crudeli, come il fatto che migranti che fuggono anche dalle guerre siano alloggiati accanto a un centro militare d’addestramento dove si spara. La mia impressione- dice Skowron- è che cerchino di intimidire le persone per convincerle a salire sui voli di rimpatrio. Sono comportamenti crudeli che sfiorano la tortura”.

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