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MotoGp, a Misano come a Pietrelcina: l’ultimo Valentino in Italia

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Ultima gara sul circuito di casa per Valentino Rossi: lo inseguono 26 anni di corse, venti stagioni in MotoGp, 369 gare, 89 vittorie, 199 podi, 9 titoli mondiali
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ROMA – “Vorrei fare il pilota per sempre” fa il paio con la “paranoia” che ha ammesso pochi giorni fa, mentre l’ultima gara italiana si avvicina al suo traguardo. “Non ce la faccio”, ha detto. E per quanto il mondo si affanni a costruirgli una fine dopo l’altra, Valentino Rossi ha già chiarito che questa fiera malinconica e caciarona non fa per lui.

E’ come se gli stessero scippando la moto da sotto, un pezzo alla volta. Arriverà a Valencia su una ruota, una sella, un pistone e un manubrio stretto tra le mani. Ha un nome questa agonia: farewell tour. Valentino Rossi s’è condannato a un lungo addio. Uno sperpero dell’anima, ovunque vai una standing ovation. Come un’onda di sipari che ti si chiudono alle spalle, e un pubblico davanti che non si consuma, sterminato. Che applaude ad oltranza.

E così ora tocca alla sua ultima gara italiana, sull’uscio di casa, a neanche 20 chilometri da Tavullia, dove è cresciuto e dove ancora vive quando si illude di abitare un solo posto del mondo. Due anni fa raggiunse la pista sulla sua MotoGp, come un pendolare qualunque che va in ufficio. Il paese nel frattempo è diventato la Pietrelcina dei motori, preda d’un pellegrinaggio laico quasi imbarazzante. Ha già detto addio al Mugello, dove ha vinto la prima volta il 18 maggio 1997. C’era ancora la lira. E l’altra settimana ha detto addio all’America, che pure lo adora. Dopo restano Portimao e Valencia. E’ una sfilata su un carro allegorico lentissimo. Tanto che a Misano partirà ultimo, come a sfilarsi da una bagarre che lo riguarda solo di sponda. Se ultimo dev’essere ‘sto gp italiano, da ultimo sia.

Ammirerà la competizione altrui dalla coda, a suo modo una prima fila. Costretto a comprimersi dentro uno spettacolo che non gli appartiene più – a lui, al padrone – quel motomondiale che vede in testa Fabio Quartararo, il pilota che l’anno scorso lo ha sostituito in Yamaha. E dietro, ad inseguirlo, Pecco Bagnaia, che ha l’età di suo fratello Luca Marini, ed è una creatura allevata dal suo team ufficiale, lo Sky Racing Team VR46. Hanno 18 anni in meno, e volano via, mentre lui raccoglie fiori e salamelecchi.

C’è un programma di eventi dedicati col suffisso “ultimo” che manderebbe in ansia un asceta tibetano. Perché Misano è un posto a parte. Il suo cortile. La prima volta ci ha vinto tra il 1994 e il 1995, finale della Sport Production su una Cagiva 125. A 42 anni Rossi non si volta, per quella cosa della “paranoia”. Dietro, in scia, lo inseguono 26 anni di corse, venti stagioni in MotoGp, 369 gare, 89 vittorie, 199 podi, 9 titoli mondiali.

E’ un traino pesante, incombe. Ma è peggio il futuro. Perché Rossi è nel frattempo in un olimpo privato, fatto di gente a cui non si può rinunciare. E se poi succede – prima o poi succede – ci si chiede “cosa sarà dopo di lui?”. “Il motociclismo esisteva prima di me ed esisterà anche dopo che me ne sarò andato. Magari la signora che prepara la sfoglia in casa, mentre io corro, guarderà un altro programma“. Non ancora, non questo weekend.

Si corre su un circuito che si chiama ‘Marco Simoncelli’, il Sic. E il giorno della sua morte, 10 anni fa in Malesia, tutti pensarono che Valentino Rossi avrebbe detto addio di punto in bianco. Il dolore, il caso che lo volle coinvolto nello stesso incidente che gli avrebbe portato via il suo amico Sic. Pensarono che non avrebbe retto. Invece Valentino fece quel che sempre fa: ingoiò tutto, indossò un sorriso. Quando riportò la salma dalla Malesia all’Italia i giornalisti lo agguantarono all’aeroporto, assetati di lacrime. E lui rispose così: “Eh be’, non è stato sicuramente bello, ecco”. Gli chiesero se avesse parlato col papà, Paolo: “Sì sì, ho parlato con Paolo. Eh, vabbe’, sta abbastanza male. Però, dai”. La traslazione: era morto il nuovo Valentino, e quello vecchio s’andò a nascondere dove nessuno l’avrebbe più trovato, in mezzo alla folla. Per molti l’addio vero fu quel giorno, in Malesia. Non avrebbe più vinto un Mondiale. “A pochi millimetri dalla luce, Valentino frequenta la propria ombra”, scrisse Beppe Di Corrado sul Foglio. “Però, dai”. Il suo modo di dire addio. Uno dei tanti. Non ancora l’ultimo.

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