Partner in ascolto dell’Africa al ‘Blue sea land’

Voci dal webinar Aics. "Basta pietismi", si chiede all'Italia
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di Brando Ricci

ROMA – Rendere più efficiente il partenariato con l’Africa è possibile, e darà frutti importanti. A patto di abbandonare sguardo e paradigma solo “umanitari”, per quanto riguarda l’Italia, e di puntare su innovazione ed efficienza del sistema produttivo, dall’altra sponda del Meditteraneo. Sono le esigenze emerse da un webinar organizzato dall’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo (Aics) nel quadro del festival Blue Sea Land, idealmente in corso a Mazara del Vallo, in provincia di Trapani, ma quest’anno online.

A sottolineare in apertura la necessità di cambiare atteggiamento rispetto all’Africa, Emilio Ciarlo, responsabile della comunicazione e delle relazioni esterne di Aics. “È arrivato il momento di dar voce agli intellettuali africani” ha detto il dirigente, convinto che “troppo spesso il Nord del mondo parla dello sviluppo del continente ma non ascolta”.

Un impegno, questo, testimoniato anche dal titolo del webinar: ‘Quale partenariato per l’Africa? Lo sviluppo costruito dai protagonisti in un dialogo con economisti e filosofi africani’.

Il tema è stato affrontato a 360 gradi dall’economista e scrittore camerunense Eugene Nyambal. L’esperto ha premesso che nel continente ci sono novità positive, su tutte la nascita dell’Area di libero scambio continentale africana (Afcfta), al via lo scorso anno, che starebbe già portando a “una produzione di beni e servizi disponibile per tutti i mercati del continente”.

Ma che Africa è quella del 2020? Nyambal ha elencato fattori positivi, come “crescità demografica, urbanizzazione veloce e risorse agricole ingenti”. A fronte di questi elementi che fanno ben sperare, ci sono aspetti da cambiare: “Bisogna smettere di affidarsi troppo all’esportazione di commodities e derrate alimentari e iniziare a spostare risorse su diversificazione e sviluppo industriale”.
Un altro elemento chiave del tessuto produttivo del continente è la presenza di un gran numero di imprese piccole o piccolissime. A sottolinearlo è Eliana La Ferrara, titolare della cattedra di Economia dello sviluppo presso l’Università Bocconi di Milano. La docente, che dirige il Laboratorio per programmi efficaci contro la povertà, ha evidenziato che in Africa “circa il 99 per cento delle imprese è costituito da meno di dieci lavoratori”. A differenza di quanto si tende a pensare, secondo La Ferrara, nella regione a mancare sono soprattutto “le imprese più grandi e ad alta crescita”. “Sono loro – ha sottolineato la professoressa – quelle che producono l’80 per cento dei posti di lavoro di un sistema produttivo”.

Ci sono cambiamenti da realizzare, dunque. Secondo Jean Leonard Touadi, intellettuale ed esperto congolese, da modificare è però anche il paradigma che informa la cooperazione europea e italiana. Touadi, che è presidente del Centro relazioni con l’Africa della Società geografica italiana, ha esortato il nostro Paese ad “abbandonare uno sguardo che schiaccia l’Africa sul bisogno e sulla povertà”, eredità di “un vecchio approccio cattolico ancora presente in diverse ong”.

Secondo l’esperto, è necessario “cogliere la profonda voglia di crescita e formazione” che anima i giovani subsahariani. “C’è – ha sottolineato Touadi – una contemporaneità effervescente”.

Durante il webinar gli ha fatto eco Fabio Melloni, titolare della sede Aics di Nairobi, in Kenya. “Basta pietismi quando si parla di Africa” l’appello del dirigente: “Noi qui investiamo soprattutto in start-up di giovani e donne. C’è un grande dinamismo”.

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