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Disturbi dell’apprendimento, Ido: “Non medicalizzare la scuola”

L'appello di Magda Di Renzo, psicoterapeuta dell'età evolutiva e responsabile del servizio Terapie dell'Istituto di Ortofonologia (Ido)
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M. Di Renzo
M. Di Renzo

ROMA – “Evitare l’eccesso di medicalizzazione che c’è negli apprendimenti per ridare alla scuola la competenza che le appartiene. L’intervento specialistico è determinate per stabilire che il bambino non abbia un deficit di altra natura e, se possibile, cercare di definirne la causa”. È l’appello di Magda Di Renzo, psicoterapeuta dell’età evolutiva e responsabile del servizio Terapie dell’Istituto di Ortofonologia (Ido), aprendo la quarta e ultima sessione del XVII convegno nazionale dell’Istituto in corso a Roma e dedicato oggi al tema ‘I processi di apprendimento e le sue interferenze’.

“Oggi abbiamo due grandi categorie: i Disturbi specifici dell’apprendimento (Dsa) e i Disturbi di apprendimento. Nel primo caso siamo in presenza di bambini privi di problemi sensoriali e cognitivi. Non si può parlare di un disturbo ad origine genetica per tutti questi bambini- sottolinea Di Renzo- poiché le loro diverse evoluzioni spiegano che le origini sono differenti. La comprensione è un atto solitario e implica che il bambino abbia sviluppato tutta una serie di meccanismi- ricorda la studiosa-, e se le tappe precedenti negli apprendimenti non saranno state adeguatamente acquisiste il piccolo vivrà una difficoltà nel momento in cui gli arriverà una richiesta prestazionale superiore”.

Nell’età scolare “dovremmo parlare piuttosto dei disturbi di apprendimento. È evidente che se un bambino non ha sviluppato un corretto linguaggio verbale porterà poi questi errori nella scrittura. Certo oggi l’ambiente sociale è diverso- fa notare la psicoterapeuta- il momento della scolarizzazione è molto caricato e spesso i bambini sono investiti da questa tensione. Ricordo una ricerca che abbiamo condotto con le insegnanti diversi anni fa- racconta Di Renzo- trovammo che la percentuale di Dsa del 4% saliva al 20% se prendevamo in considerazione i bambini anticipatari (quelli che vanno a scuola a 5 anni). Questo dato ci faccia riflettere: è una corsa per poi doversi arrestare, ma dovremmo tutti lottare per conservare ai bambini il diritto alla loro infanzia”.

Un bambino che arriva alle elementari “deve aver interiorizzato tutti i codici comunicativi, un’adeguata strutturazione linguistica e percettiva. Oggi stiamo vivendo una grande confusione, perché non vengono sempre considerati i problemi delle funzioni visive e motorie. Sottolineo che se non sono adeguate le funzioni motorie il bambino non sarà in grado di seguire, inseguire e trovare il rigo. Tutto ciò determina un deficit dell’attenzione- fa presente Di Renzo- imputiamo come problemi comportamentali quelli che dovremmo comprendere in termini neurofisiologici. È necessario che i Bilanci di Salute inseriscano un approfondimento visivo”.

La responsabile del servizio Terapie dell’IdO lancia un’altra riflessione al convegno: “Tutti i nostri bambini hanno un calo nelle funzioni esecutive, dovremmo interrogarci sul perché, dal momento che non può trattarsi di una epidemia. La precocizzazione degli apprendimenti aumenta i disagi che oggi definiamo come ‘ansia sociale’, determinando in questi bambini la difficoltà ad affrontare la scuola pur essendo perfettamente in grado di adempiere agli apprendimenti. È necessario un adeguato sviluppo sociale”.

Compito dello specialista deve essere quello di “differenziare, all’interno di questo grande mondo, i problemi sottesi. Molte difficoltà di apprendimento sottendono problemi di basso tono dell’umore e in questo caso l’intervento deve essere totalmente diverso. Lo specialista deve discriminare e differenziare i vari quadri clinici”. L’IdO ha cercato di evidenziare delle tipologie di bambini. “Ci ha colpito quanti di questi minori fossero immaturi, pur se brillanti negli apprendimenti. Abbiamo un numero altissimo di bambini intelligenti e abbiamo differenziato quelli plusdotati– sottolinea la psicoterapeuta-, che rappresentano un’altra emergenza nel mondo dell’infanzia”.

Si tratta di una mancanza di autonomia che dal punto di vista affettivo ha radici storiche: “Già negli anni 70 avevano descritto questi bambini come campo-dipendenti- spiega Di Renzo-, dipendenti dal campo foglio e campo-dipendenti da un punto di vista psicologico. Vorrei inneggiare a questo punto il ditino, perché era un grandissimo accompagnamento. Il ditino che segue la riga aiuta a non spostare riga”.

L’IdO ha cercato di vedere nell’anamnesi tutte le caratteristiche dei bambini che hanno mostrato una campo-dipendenza affettiva: “Sono emerse delle difficoltà nelle condotte di separazione alle Materne, avevano difficoltà nella separazione notturna, difficoltà alimentari e mangiavano selettivamente cose frullate. Tutto questo non può essere considerato avulso dagli apprendimenti- ribadisce la psiconalista-, faccio un appello alle insegnanti delle Materne e ai genitori a lavorare sulle attività che sono fondamentali in quel momento, per poi arrivare alla scrittura. Per imparare a leggere e scrivere servono tutta la prima e la seconda elementare”.

Con l’Università di Padova l’IdO ha condotto una ricerca su un campione di 100 bambini Dsa, dove è emersa una scarsa maturazione affettiva ed uno scarso adattamento psicologico. L’IdO studia da anni questo fenomeno ed ha anche pubblicato i dati di una ricerca relativa al disegno dei bambini dislessici: “Sono tutti intelligenti- precisa Di Renzo-, quello che ci colpisce è che non hanno disorganizzazioni percettive“. Il disegno è uno dei “principali strumenti del bambino, è la manifestazione dell’evoluzione cognitiva e affettiva raggiunta. Ci colpisce la povertà del disegno dei bambini dislessici- sottolinea la psicoterapeuta-, una povertà che possiamo ascrivere alla dimensione affettiva poiché i parametri cognitivi e percettivi sono adeguati. Sono inventori di metafore che non amano disegnare e, non avendo raggiunto un’adeguata maturità affettiva, disegnano in maniera povera la figura umana, c’è poca forza nel loro tratto ed esprimono pochissimo la loro capacità immaginativa nel disegno. Sono più infantili rispetto alla’età che hanno seppur molto intelligenti. I disegni delle famiglie mostrano poi personaggi con relazioni un po’ sospese- conclude Di Renzo- il bambino si disegna sempre molto piccolo, spesso gli mancano le mani e tutto ciò che dovrebbe fare relazione”.

di Rachele Bombace, giornalista professionista

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