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Tokyo 2020, la Squadra Paralimpica Rifugiati si presenta: “I nostri sono cuori in Afghanistan”

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La conferenza stampa della "squadra più coraggiosa al mondo"
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Dal nostro inviato Mirko Gabriele Narducci

TOKYO – “I nostri cuori sono in Afghanistan”. Sono stati già definiti “la squadra più coraggiosa al mondo” e domani saranno i primi a calcare l’arena dello Stadio Olimpico di Tokyo durante la Cerimonia di apertura della XVI Paralimpiade sotto la bandiera del Comitato Paralimpico Internazionale. È il Refugee Paralympic Team, la Squadra Paralimpica Rifugiati che rappresenterà ai Giochi giapponesi oltre 82 milioni di persone in tutto il mondo, di cui 12 milioni con disabilità, costrette a fuggire da guerre, persecuzioni e violazioni dei diritti umani.

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Gli atleti del team – sei in tutto, una donna e cinque uomini – hanno incontrato stamattina i giornalisti in una conferenza stampa nel Main Press Centre di Tokyo, lanciando un messaggio di solidarietà e vicinanza al popolo afghano: “È molto triste quello che sta accadendo lì, i nostri cuori sono con il popolo afghano. Siamo qui per rappresentare tutti i rifugiati nel mondo e stiamo lavorando duramente per mandare un messaggio di speranza: sono sicura che i nostri atleti daranno il massimo affinché questo messaggio raggiunga i rifugiati e il popolo dell’Afghanistan”, le parole della capo missione Ileana Rodriguez.

Nell’occasione è stata diffusa anche una lettera inviata alla squadra dal calciatore canadese Alfonso Davies, terzino sinistro del Bayern Monaco e della nazionale nordamericana ed ex rifugiato: nato in un campo in Ghana da genitori liberiani che erano fuggiti dalla guerra nel loro Paese d’origine, nel marzo 2021 Davies è diventato il primo calciatore e il primo cittadino canadese a essere nominato Ambasciatore globale di buona volontà dell’Unhcr, l’Agenzia dell’Onu per i rifugiati.

“Domani comincia il più grande evento sportivo della Terra, congratulazioni per esserci: potrete essere nervosi, anch’io spesso ho le farfalle nello stomaco prima di scendere in campo, ma sappiate che non siete soli e che il mondo è con voi, a partire dai rifugiati e dalle persone con disabilità”, un passaggio della lettera di Davies. “Io vi capisco, sono nato in un campo di rifugiati e so che oggi siete la squadra più coraggiosa del mondo. Lo sport ha il potere di cambiare le nostre vite e di ispirare quelle degli altri, quello che farete a Tokyo influenzerà le altre persone, cominceranno a fare sport, a condividere i vostri e i nostri valori- le parole del laterale del Bayern- Domani ci sarà la cerimonia di apertura e poi tutti faremo il tifo per voi: date il 100% e non pensate a nient’altro”.

LA SQUADRA PARALIMPICA DEI RIFUGIATI

Guidati da Rodriguez, rifugiata cubana e nuotatrice che nel 2012 alla Paralimpiade di Londra gareggiò per gli Stati Uniti, i ragazzi dell’RPT parteciperanno alle gare di nuoto, atletica, canoa e taekwondo. La squadra, oltre che dalla capo missione, è composta da Ibrahim Al Hussein, nuotatore rifugiato siriano che vive ad Atene; dalla ventenne Alia Issa, più giovane membro del team nonché prima atleta rifugiata di sempre a partecipare ai Giochi paralimpici, anche lei siriana da Atene, che gareggerà nel lancio della clava; Parfait Hakizimana, rifugiato del Burundi che vive nel campo profughi di Mahama, Ruanda, specializzato nel parataekwondo; Abbas Karimi, nuotatore rifugiato afghano che vive a Fort Lauderdale, negli Stati Uniti; Anas Al Khalifa, rifugiato siriano che vive a Halle, in Germania, e gareggerà nella paracanoa; Shahrad Nasajpour, rifugiato iraniano che vive a Phoenix, negli Stati Uniti, specializzato nel lancio del disco. Issa e Karimi saranno i portabandiera dell’RPT nella cerimonia di domani.

“Sono davvero felice di essere riuscito a venire a Tokyo, ero molto nervoso ma sono contento di poter nuovamente incontrare amici che prima non potevo vedere a causa del Covid”, ha detto Al Hussein. “Ho passato 48 ore in volo per arrivare qui, ma in aeroporto ho ricevuto lettere e regali dai ragazzi delle scuole giapponesi, e per me sono come una medaglia: li tengo vicino a me quando vado a dormire, mi danno forza”. In merito ai compagni di squadra, “sembra come se fossimo amici da tantissimo tempo. Spero che l’RPT possa arrivare anche ai Giochi paralimpici di Parigi 2024”. L’obiettivo del team, ha aggiunto, “è quello di aumentare la consapevolezza nei confronti degli 82 milioni di rifugiati presenti nel mondo, di cui 12 milioni con disabilità”.

Issa, che domani sarà una dei portabandiera della delegazione, si è detta “molto orgogliosa e felice, non avrei mai creduto di poter essere qui con l’RPT e di poter alzare la bandiera, né di poter partecipare ai Giochi come prima donna paralimpica rifugiata. È un grande onore per me, sono anche un po’ nervosa”. Il messaggio per le altre atlete rifugiate e per le donne con disabilità è “non state a casa, fate sport tutti i giorni e scoprite il mondo. Spero di essere solo la prima e di poter essere da esempio per tante altre donne”.

Per Nasajpour, l’importanza dell’RPT “sta nell’inclusione. Quando vediamo qualcosa accadere per gli atleti olimpici, la prima cosa che bisognerebbe chiedersi è: perché non anche per i paralimpici? Non è bello fare paragoni, ma in questo caso è necessario. Dobbiamo fare in modo che le Paralimpiadi abbiano la stessa visibilità delle Olimpiadi e non solo per i rifugiati, ma per raggiungere l’uguaglianza“. Per il lanciatore iraniano “ogni atleta ha alle sue spalle una storia di resilienza, ma quando sei un paralimpico rifugiato è ancora più dura. Sono proprio le avversità, però, che ti fanno andare avanti con ancora più forza”.

L’ultima a intervenire in conferenza stampa è stata la capo missione Rodriguez. “Questa squadra è molto importante per me: sono stata una rifugiata, una paralimpica, ma ho dovuto aspettare molti anni per poter gareggiare perché prima non avevamo questo tipo di opportunità. Sono molto onorata di essere qui oggi con questi atleti, non potrei essere più felice”. Per la nuotatrice “è incredibile scoprire quanti fan abbiamo che non sapevamo di avere, stiamo ricevendo grande supporto anche dal popolo giapponese e anche dagli atleti degli altri Paesi”. Durante la conferenza stampa sono state mostrate le immagini di migliaia di aeroplanini di carta realizzati come augurio di buona fortuna dagli abitanti di Bunkyo, quartiere di Tokyo che avrebbe inizialmente dovuto ospitare il Refugee Paralympic Team prima che la pandemia costringesse l’organizzazione a un cambio di programma.

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