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Sulla Garibaldi in divisa col nome scritto in arabo

La storia di Francesco Catambrone, da otto anni in mare con la Marina militare
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ROMA – Francesco Catambrone, di professione meccanico specializzato degli elicotteri. Trentotto anni, 8 dei quali passati in mare, 8 dei 18 trascorsi con la divisa della marina italiana. Nella nave Garibaldi che ha ospitato il vertice tra Matteo Renzi, Angela Merkel e Francois Hollande, la storia di Francesco è emblematica degli uomini e delle donne che dedicano la vita a proteggere la patria.

“Quando le persone sentono che lo Stato stanzia fondi per la Marina, qualcuno puo’ pensare: ‘Ma tanto questi che fanno, fanno i giri in mare’. Pochi però riflettono sul fatto che una nave della Marina c’è sempre. In tutti i mari, noi ci siamo sempre e si vede. Quando serve si vede”, spiega Catambrone.

Per il vertice di Ventotene lui, come gli altri 500 uomini e donne in forza alla Garibaldi, ha dovuto ‘sopportare’ la presenza insolita di 150 giornalisti. “Si fa anche questo. E fa piacere che l’opinione pubblica possa conoscere la vita di chi sta in mare. Ma siamo più a nostro agio- aggiunge- quando possiamo lavorare nelle emergenze. Come la protezione pesca: un mese fa, ad esempio, un peschereccio di Mazara del Vallo si era inoltrato in acque internazionali. Un barchino libico lo aveva attaccato. Di solito gli rubano il pescato, i soldi, picchiano il personale. In quell’occasione, come in tante altre siamo intervenuti con l’elicottero a protezione dei nostri pescatori”.

Ma quanto guadagna un professionista della difesa in mare? “800 euro lordi alla prima ferma. Poi nella successiva ferma triennale si sale a mille. Ma questo mestiere non lo fai per i soldi. Non ci sono cifre che valgono 6 mesi in mare, lontano dalla famiglia. Devi sentire qualcosa dentro. Devi volerlo fare. Altrimenti non c’è motivazione che tenga”.

Nave Garibaldi è impegnata con compiti di coordinamento nell’operazione Sophia, di contrasto al traffico di uomini nell’ambito della missione Enavformed. Catambrone porta sulla divisa il nome scritto in italiano e in arabo. “Ho voluto così dopo la missione in Libano. Mi sembra giusto. Perché così i migranti ti riconoscono. Sanno che non sei una presenza estranea. È importante”.

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