ROMA – Trump ha dichiarato guerra all’Iran (in parte) per imporre due richieste di lunga data: interrompere l’arricchimento di combustibile nucleare per almeno vent’anni e consentire ispezioni internazionali illimitate. È il grande refrain del presidente americano. Ora con l’Arabia Saudita sceglie la strada opposta. Per garantire a Westinghouse e altre aziende americane una fetta consistente del mercato dei reattori nucleari sauditi, ha aperto la porta all’arricchimento saudita dopo soli due anni,esentando Riyad dal regime di ispezioni applicato ad altri 140 paesi, ritenuto dai sauditi troppo invasivo.
Trump in seguito ha affermato che l’accordo è subordinato all’adesione del regno agli Accordi di Abramo, che normalizzano le relazioni con Israele e che non consente l’arricchimento dell’uranio. “L’accordo – ha scritto su Truth – sul nucleare civile (senza arricchimento del materiale!) stipulato tra il Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti e l’Arabia Saudita, che riguarda esclusivamente usi non militari come quelli già in essere in Iran, negli Emirati Arabi Uniti (e in altri Paesi), verrà approvato, ma è totalmente subordinato all’adesione dell’Arabia Saudita ai prestigiosi e collaudati Accordi di Abramo. Gli Stati Uniti non sono contrari agli impianti nucleari civili (non arricchiti)”.
Trump dovrà ora convincere Congresso e alleati che questo allentamento non inaugura una nuova era di proliferazione nucleare in Medio Oriente, scrive il New York Times in un’analisi dell’accordo. Funzionari dell’amministrazione assicurano che gli Stati Uniti resteranno così coinvolti nel programma saudita da escludere deviazioni verso scopi militari. La storia, però, offre precedenti inquietanti: dal reattore iraniano fornito allo scià e finito nelle mani dei mullah, al plutonio canadese usato dall’India per il primo test nucleare, fino ai programmi segreti di Taiwan e Corea del Sud.
Il segretario all’energia Chris Wright ha difeso l’accordo assicurando che rispetta “i più elevati standard di sicurezza nucleare e di non proliferazione”. Il testo e le lettere segrete allegate andranno al Congresso, che difficilmente riuscirà a bloccarlo.
L’Arabia Saudita rappresenta un caso particolare: vuole abbandonare il petrolio abbracciando il nucleare per l’intelligenza artificiale, ma teme un Iran dotato di bomba atomica. Nel 2018 il principe Mohammed bin Salman aveva promesso di dotarsi di armi nucleari se Teheran ci fosse riuscita. L’analista James M. Acton ha definito, parlando con il Nyt, la decisione “incredibilmente miope”, avvertendo che “non si può escludere che l’Arabia Saudita nazionalizzi questo impianto e lo utilizzi per costruire una bomba”.
A differenza degli Emirati Arabi Uniti, che nel 2009 rinunciarono per sempre all’arricchimento firmando ispezioni rigorose, Riyad non ha accettato simili vincoli. Robert Einhorn (esperto di nucleare presso la Brookings Institution) spiega: “Ritenevano che le ispezioni fossero troppo invasive e non erano disposti a rinunciare all’arricchimento per sempre”.
Heather Williams del CSIS sostiene che l’accordo aumenta la pressione su Washington per ottenere risultati concreti con l’Iran, ma ammette: “Abbiamo ottenuto la partnership, ma non le garanzie”. Henry Sokolski (funzionario del Dipartimento della Difesa responsabile della politica nucleare dal 1989 al 1993 e ora a capo del Nonproliferation Policy Education Center) è ancora più netto: “Concedere all’Arabia Saudita il diritto di produrre combustibile nucleare dopo quello che ha fatto l’Iran è come cercare di spegnere un incendio con il cherosene”.




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