“L’assistenza per i minori è in crisi, senza investimenti è emergenza”

Parla Gianni Fulvi, presidente del coordinamento nazionale delle comunità per minori (CNCM): "Politica aiuti invece di attaccare"
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ROMA – “Sarebbe fondamentale potersi rivolgere a servizi pubblici più che privati e anche la politica dovrebbe aiutare invece di attaccare un pezzo di Stato: la politica attacca la giustizia, quindi attacca se stessa, piuttosto che attaccare bisognerebbe capire che il sistema ha delle fragilità e quindi chiedersi come aiutarlo, come sostenerlo e migliorarlo”. Sono le parole di Gianni Fulvi, presidente del Coordinamento Nazionale delle Comunità per Minori (CNCM) che interviene sul dibattito e sulla polemica incorso che vede gli assistenti sociali e le comunità sotto attacco.

Gli ultimi casi di cronaca, come la vicenda di Bibbiano o le storie di madri a cui sono stati sottratti i figli, spingono Fulvi a voler chiarire alcuni aspetti, evidenziando le criticità del sistema ma anche tutelando gli operatori che fanno correttamente e onestamente il loro mestiere.

“Le criticità sono dovute anche a dei pregiudizi che si creano rispetto al funzionamento e ad una cattiva informazione- specifica il presidente del CNCM alla Dire- Ci sono ad esempio politici che mi dicono siano necessario introdurre delle linee guida nazionali sugli standard delle comunità, a tutti io preciso che il ministero delle Politiche Sociali nel 2017 ha emanato queste linee nazionali sul sistema dell’accoglienza e l’unico passaggio, forse, che manca è quello di farle recepire alle Regioni e far sì che il sistema dell’accoglienza sia uniforme in tutta Italia. Quindi ad esempio è previsto che sia garantita la presenza di operatori preparati e che ci sia un reale controllo: ma se non c’è personale nelle Procure minorili, che dovrebbero ogni 6 mesi fare le ispezioni nelle comunità, queste sono costrette a servirsi dei poliziotti che forse non hanno quella competenza”.

Il quadro, delineato da Fulvi, mette in evidenza come tutto il sistema dell’assistenza e dei servizi versi in una situazione di difficoltà che non garantisce quindi il giusto funzionamento: “I servizi sociali sono stati, come tutto il welfare, depauperati negli ultimi anni- specifica- ci troviamo molto spesso nella situazione in cui lo stesso servizio sociale viene esternalizzato: i piccoli comuni spesso non assumono direttamente gli assistenti sociali ma preferiscono assumere i vigili urbani così fanno le multe e fanno cassa, il servizio sociale invece viene vissuto come costo e non come luogo di prevenzione che poi di conseguenze ridurrebbe i costi”.

C’è un sistema che entra in crisi, un sistema che non è tutelato, spesso le assistenti sociali- aggiunge Fulvi- sono sole nel gestire le situazioni complesse non hanno una supervisione e difficilmente accedono alla formazione perché spesso non si possono permettere di lasciare il posto di lavoro, non c’è confronto perché spesso i casi non sono seguiti in équipe e questo determina anche degli errori”.

Difficile in questo momento è trovare delle strategie per migliorare il sistema ed evitare casi limite come quelli emersi negli ultimi giorni: “Questo nostro Paese dovrebbe decidere cosa fare del welfare; in Italia non si lavora più sulla prevenzione, gli ultimi fondi sono della legge del 285 del 1997 doveva rimettere in moto tutti i servizi per l’infanzia e per il sostegno alla genitorialità; bene i fondi su questa legge sono finiti e non c’è stato un investimento successivo, il fondo per le politiche sociali si è ridotto quasi a zero e questo fa venir meno tutte le strategie a lungo termine. È necessario invertire la tendenza”.

Si è diffusa sempre più l’idea che l’assistente sociale sia un orco cattivo, la frase “occhio che arrivano gli assistenti sociali” dimostra che le persone hanno perso fiducia nel servizio, un punto che sta molto a cuore a Gianni Fulvi che sottolinea come questo porti ad esempio le insegnanti o le figure che gravitano attorno ai bambini a non intervenire in situazione di disagio o difficoltà perchè si ha paura.

Sta ritornando lo stereotipo per cui l’assistente sociali toglie i bambini alle famiglie– ribadisce Fulvi- il problema è che siccome si interviene nell’emergenza, nelle situazioni più a rischio, l’assistente sociale viene vissuto così perché su quella situazione non si è intervenuti prima, vanno ad esempio sostenute le famiglie per evitare l’allontamento e occuparsi poi anche dei genitori. I ragazzi cresciuti nel sistema dell’accoglienza lo dicono: voi vi siete presi cura di me ma dei mie genitori chi se ne è preso cura? Nel momento in cui si continua a intervenire solo sull’emergenza non si riesce a fare quel lavoro di prevenzione che è necessario e fondamentale”.

Un altro problema che riguarda il sistema dei servizi e che ingloba la giustizia, spiega Gianni Fulvi, è che “c’è un tribunale ordinario che interviene con una procura ordinaria e poi c’è un tribunale per i minorenni con una procura minorile. Io lavoro da 30 anni nel settore e sono 25 anni che sento parlare dell’ipotesi di costituire il tribunale per la famiglia dove queste competenze si possano riunire per garantire così la tutela dei diritti di tutti e- conclude- l’interesse prioritario del minore”.

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23 Luglio 2019
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