ROMA – A Trump mica lo fermi con una sentenza della Corte Suprema. Si va avanti, a strascico. E poi più in là se ne discute. E’ una tattica come un’altra che però poi produce cortocircuiti come quello attuale: l’amministrazione Trump ha annunciato lo stop alla riscossione dei dazi dichiarati illegali perché imposti ricorrendo in modo improprio ai poteri di emergenza. Una decisione che ha colto i mercati nel pieno di una nuova tempesta tariffaria.
La reazione è stata immediata: lunedì il dollaro ha perso lo 0,4% contro un paniere di valute dopo che la Customs and Border Protection ha comunicato la disattivazione, da mezzanotte di martedì, di tutti i codici tariffari legati all’International Emergency Economic Powers Act. Gli investitori si sono rifugiati nell’oro, salito dello 0,6% a 5.135 dollari l’oncia, mentre il bitcoin è scivolato fino a perdere il 4,8% prima di recuperare parte del terreno. I futures sull’indice S&P 500 hanno aperto in calo dello 0,5%.
La sentenza della Corte Suprema, arrivata la scorsa settimana, ha stabilito che Trump aveva superato i limiti della propria autorità imponendo i cosiddetti dazi del “giorno della liberazione”, gettando nuova incertezza sulla direzione della politica commerciale statunitense. La risposta del presidente non si è fatta attendere: nel weekend ha annunciato una tariffa globale fissa del 15%, fondata però su una diversa base giuridica, destinata a entrare in vigore martedì e valida fino a 150 giorni.
Il margine di manovra resta infatti ampio. Trump può introdurre nuovi dazi facendo leva sul Trade Act del 1974, che consente misure generalizzate o mirate contro singoli paesi, seppur con limiti temporali. È su questa legge che poggiano sia la nuova tariffa del 15% sia l’ipotesi di ulteriori dazi selettivi.
Nel frattempo regna l’incertezza. Non è chiaro cosa accadrà ai paesi che nei mesi scorsi avevano negoziato accordi commerciali proprio per evitare tariffe più elevate. Regno Unito e Australia, ad esempio, avevano concordato nel 2025 dazi al 10%, ora superati dal nuovo livello uniforme. Per la maggior parte delle esportazioni dell’Unione Europea, invece, il 15% era già in vigore.
Resta infine aperta la questione dei rimborsi. Nei mesi precedenti alla sentenza, gli importatori statunitensi hanno versato circa 130 miliardi di dollari in dazi poi giudicati illegittimi. La Corte Suprema non ha imposto la restituzione automatica delle somme e il governo ha chiarito che eventuali rimborsi passeranno dai tribunali. Molte aziende si stanno già muovendo in questa direzione.







