Polizia da Lucha y Siesta, le attiviste: “Depositeremo memoria al pm”

L'avvocata Brancaccio: "Non dovevano entrare, segnaleremo l'accaduto alle autorità competenti"
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ROMA –  Un’azione “brutale”, non per le identificazioni, ma per “le modalità con le quali sono state eseguite”. Sono queste le parole con cui le attiviste della Casa delle Donne ‘Lucha y Siesta’ a Roma descrivono all’agenzia di stampa Dire l’intervento di identificazione delle donne in uscita dalla violenza ospitate nella struttura di via Lucio Sestio 10, effettuato dagli agenti del Commissariato Tuscolano lunedì 18 gennaio. Tre le donne che quella mattina si trovavano con i propri figli nell’immobile dell’Atac occupato 12 anni fa dalle attiviste e divenuto nel tempo punto di riferimento sociale e culturale per la lotta alla violenza di genere nella Capitale. Finito all’asta per il concordato preventivo della municipalizzata del trasporto pubblico locale romano, la Regione Lazio si e’ candidata all’acquisizione della struttura per garantire la salvaguardia dell’esperienza portata avanti al suo interno e sul territorio. La prossima, dopo la prima del maggio 2020, è prevista per marzo 2021. “Le donne si sono spaventate moltissimo nel trovarsi la Polizia in casa senza alcun preavviso- spiega alla Dire Anahi, operatrice antiviolenza alla Casa delle Donne ‘Lucha y Siesta’- Per il ragazzo di 13 anni che aveva aperto il cancello per andare a scuola e si è trovato gli agenti che gli hanno chiesto di accompagnarli all’interno delle stanze, è stato un trauma, perché aveva paura di aver messo a rischio la famiglia”.

“Loro non possono entrare, non dovevano entrare in assenza di un decreto che non ci risulta esserci”, spiega alla Dire Federica Brancaccio, avvocata penalista della Casa delle Donne ‘Lucha y Siesta’, che nei prossimi giorni depositera’ una “piccola memoria al pubblico ministero illustrando la situazione delle donne che sono li’. Sui verbali di identificazione- fa sapere- non e’ indicato il tipo di reato per i quali si procede. Verbalmente ci e’ stato detto che si tratta di occupazione”, che però “richiede in qualche modo un’invasione arbitraria”. Le donne ospiti della struttura, invece, “sono arrivate lì su segnalazione di strutture specializzate, case rifugio, centri antiviolenza, assistenti sociali, richieste della Regione, insomma sulla base di una serie di gruppi che operano lecitamente sul territorio”, quindi “non si può parlare di un’occupazione”.

“Sono entrati nelle stanze e hanno identificato le donne e i minori, facendo molte domande e foto- spiega ancora Anahi, che quella mattina era al telefono con le ospiti nel corso della procedura- Non si sono limitati alla semplice identificazione, sembrava a tutti gli effetti una perquisizione”. “Quello che ritengo atipico- continua la legale- è che nel momento in cui deve essere effettuata un’identificazione o la nomina di un difensore, non si può entrare all’interno di un luogo dove la gente dorme, vive. È un discorso generale, ancora più grave per quell’immobile, perché ci sono donne protette. Si convoca la persona, la si attende all’uscita dell’immobile, gli si chiedono le generalità e, se poi questa persona non le fornisce o non ha i documenti, può essere accompagnata per essere identificata in un altro luogo, ma non si entra, non si arriva in una camera da letto. Anche perché- osserva ancora l’avvocata- non mi risulta – e, soprattutto, non è stato lasciato un documento in questo senso alle donne – sia stato emesso un decreto di perquisizione”.

Al di là delle procedure, poi, per le attiviste c’è un tema che l’episodio pone in tutta la sua urgenza all’attenzione della politica: “Questo evento porta alla luce un buco normativo rispetto al fatto che, qualsiasi siano le procedure, questo non e’ un luogo neutro in cui poterle mettere in campo senza preoccuparsi delle conseguenze- sostiene Simona Ammerata, attivista e operatrice antiviolenza a ‘Lucha y Siesta’- E le conseguenze sono una sorta di nuova rivittimizzazione, di nuova violenza, di nuova abuso su delle donne che ne hanno già subiti. Questo credo che sia un tema che bisognerebbe discutere anche a livello nazionale”. Ma il nodo, oltre che legislativo, è prima di tutto politico. “La cosa che più colpisce di questa vicenda- sottolinea alla Dire Cristiana Cortesi, del Comitato ‘Lucha alla città’- è che si inserisce in un contesto particolare, perché la Regione Lazio ha espresso pubblicamente più volte la volontà di partecipare all’asta e acquisire l’immobile per salvaguardare l’esperienza che in esso si vive tutti i giorni ed è stata praticata in dodici anni. Alla luce di questo non si capisce ancor di piu’ perche’ la magistratura voglia intervenire nell’unico immobile Atac sul quale c’è una trattativa aperta, un’interlocuzione avviata”. Un intervento “che a noi preoccupa molto, perche’ immaginiamo per questo posto un futuro di stabilità” e “mentre da una parte c’è qualcuno che lavora in questa direzione, ci sono forze che lavorano nella direzione opposta. I silenzi del Comune pesano tantissimo- dice Cortesi- pesa il silenzio del Municipio (il VII, ndr) e pesano queste irruzioni della magistratura”. “Quanto successo nei giorni scorsi a ‘Lucha y Siesta’ è un fatto molto preoccupante- dichiara alla Dire Michela Cicculli, attivista della Casa delle Donne e assessora alle Politiche di Genere dell’VIII Municipio- e ci dice che non è importante quello che è successo in 12 anni, perché la priorità di chi agisce in città non è il contrasto alla violenza di genere. È vero che questa è una storia particolare, che spesso la politica ha faticato a saper leggere, perche’ ci vuole coraggio per rendersi conto che spesso dal basso le donne sanno dare delle risposte migliori rispetto a quelle dell’amministrazione. ‘Lucha y Siesta’ lo dice da 12 anni- conclude Cicculli- ed è una battaglia ormai comune che non possiamo perdere”. “Stiamo valutando come segnalare questo tipo di modalità di accesso, che assolutamente non condividiamo, agli organi competenti, ma ancora nulla in questo senso è stato formalizzato- conclude l’avvocata Brancaccio- sicuramente si farà qualcosa”. 

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