ROMA – Al 1° gennaio 2025 gli stranieri residenti nel nostro Paese si stimano in 5,4 milioni, pari al 9,2% della popolazione complessiva, mentre i nuovi cittadini italiani (in precedenza stranieri) sono valutati in circa due milioni. Lo rivela il Rapporto Cnel sull’immigrazione 2025 ‘Conoscere per includere’, presentato a Villa Lubin, in occasione della Giornata internazionale dei migranti. Si tratta di un’indagine statistico-demografica dell’Organismo Nazionale di Coordinamento per le Politiche di Integrazione (Onc), presieduto dal consigliere Rosario Valastro. Il Rapporto, approvato dall’Assemblea del Cnel nella seduta di questa mattina, è stato curato dalla Fondazione Ismu, con il coordinamento di Gian Carlo Blangiardo.
LA PRESENZA DEGLI STRANIERI, UN AMMORTIZZATORE AL CALO DEMOGRAFICO
La presenza straniera, come prosegue il report, risulta in costante aumento e avviene nel quadro di un netto declino della popolazione di cittadinanza italiana, fungendo quindi da ‘ammortizzatore’ del regresso demografico. Dal 2012 al 2024, allorché la popolazione con cittadinanza italiana è calata di 2,27 milioni di unità, la popolazione residente straniera è aumentata di 1,10 milioni, dimezzando sostanzialmente la flessione del dato complessivo dei residenti.
Più in generale, il ruolo di ‘ammortizzatore demografico’ della componente straniera sta diminuendo: dal 2014 la popolazione in Italia è in diminuzione a causa di un saldo naturale negativo (più decessi che nascite) che ha trovato, diversamente da quanto accadeva negli anni precedenti, solo parziale compensazione nel contributo netto positivo sul fronte delle migrazioni internazionali.
Come si legge ancora nel rapporto Onc-Cnel, mentre nel periodo 2012-2019 la crescita degli stranieri ha compensato circa il 60% delle perdite subite dalla popolazione italiana, nel successivo quinquennio 2020-2024 la stessa compensazione è avvenuta solo nella misura del 35%, a causa della pressione esercitata dal saldo naturale negativo e dalle perdite derivanti dall’emigrazione italiana. La crisi demografica è talmente incisiva che già oggi e ancor più in prospettiva negli anni a venire l’apporto migratorio positivo – se contenuto entro limiti sostenibili – appare destinato unicamente a frenare, senza poter invertire, la tendenza al ridimensionamento della popolazione totale.
QUALI SONO LE MAGGIORI COMUNITÀ STRANIERE IN ITALIA
La comunità straniera statisticamente più rappresentata in Italia è quella romena: 1,73 milioni di residenti al 1° gennaio 2024. Tuttavia, prosegue lo studio, dopo la fase esplosiva legata all’ingresso nell’Ue, i cittadini romeni residenti in Italia scendono nell’ultimo decennio per effetto dell’acquisizione della nostra cittadinanza, ma al tempo stesso si contrae anche lo stock di residenti che risultano essere nati in Romania.
Diversa è invece la dinamica messa in luce da altre due importanti comunità insediate da tempo nel nostro Paese: quella albanese e quella marocchina, rispettivamente con 416mila e 412mila residenti al 1° gennaio 2024. Per entrambe si assiste nell’ultimo decennio al sorpasso dei nati nei rispettivi paesi sul corrispondente numero di cittadini residenti in Italia. Un effetto che si deve chiaramente all’azione dominante delle acquisizioni di cittadinanza italiana.
Qualcosa di simile, si rileva in corrispondenza della comunità moldava, con 103mila residenti al 1° gennaio 2024. Manifestazioni di crescita alimentata da flussi continui si osservano sia per un paese che ha conquistato da poco posizioni rilevanti nel nostro panorama migratorio, come il Bangladesh (193 mila residenti al 1° gennaio 2024), sia per una realtà come quella cinese (309 mila residenti) che è attiva da lungo tempo, ma mantiene una sua identità e appare meno coinvolta nel percorso di transizione alla cittadinanza italiana.
Anche altri gli spunti dello studio. Un folto gruppo di cittadinanze, soprattutto dell’Europa orientale, presenta una spiccata maggioranza femminile e tra di esse l’Ucraina costituisce il caso più rilevante con il 75,8% della popolazione residente composto da donne.
Quote elevate al femminile, come prosegue lo studio, si registrano anche per Polonia (74,4%), Moldavia (66,4%), Perù (57,5%), Filippine (56,9%) e Romania (56,4%).
Sono indizi di dinamiche che riflettono la predominanza di migrazioni basate su occupazioni nel settore domestico e dell’assistenza alla persona, confermando le ben note ‘catene della cura’ che caratterizzano i flussi dall’Est Europa e da alcune regioni dell’America Latina e dell’Asia. Al contrario, le comunità provenienti dall’Asia meridionale e da alcuni Paesi dell’Africa subsahariana mostrano un forte sbilanciamento verso gli uomini: Bangladesh (solo 27,6% di donne), Pakistan (26,0%), Senegal (26,8%), Egitto (32,1%).
I NUOVI CITTADINI ITALIANI
In generale si può dire che il decennio 2015-2024 evidenzia un cambiamento nella composizione per Paese di origine dei nuovi cittadini italiani: accanto alle storiche collettività balcaniche e nordafricane, emergono nuovi protagonisti, in particolare provenienti dall’America Latina e dall’Asia meridionale, delineando un quadro sempre più plurale non solo delle presenze, ma anche delle collettività più integrate in Italia.
L’INCIDENZA DI POVERTÀ ASSOLUTA E ALTRI DISAGI
Secondo il rapporto, le famiglie straniere più spesso di quelle italiane devono fare fronte a situazioni di disagio. L’incidenza di povertà assoluta tra le famiglie con almeno uno straniero è pari al 30,4%. Il valore sale al 35,2% per le famiglie composte esclusivamente da persone straniere, mentre scende al 6,2% per le famiglie formate solo da cittadini italiani. Nel 2024, per le famiglie con presenza di stranieri si confermano i livelli di povertà osservati nel 2023, che risultano i più elevati dal 2014. In dieci anni, infatti, la quota di famiglie in povertà assoluta, tra quelle di soli stranieri, è aumentata di 10 punti percentuali, passando dal 25,2% del 2014 al 35,2% del 2024. Tra gli stranieri la condizione di disagio economico è particolarmente evidente nelle famiglie in cui sono presenti minori, soprattutto nel Mezzogiorno.
A ciò si aggiunge che nel 2024 il livello di istruzione della popolazione straniera continua a essere mediamente più basso rispetto a quello degli italiani, sebbene negli ultimi anni si siano registrati segnali di miglioramento.
IL FATTORE ISTRUZIONE
Tra i 15 e i 64 anni, quasi la metà degli stranieri (48,1%) possiede al massimo la licenza media, a fronte del 34,5 per cento dei coetanei italiani.
La quota di diplomati si attesta al 40,2%, mentre solo l’11,6% ha conseguito un titolo universitario; tra gli italiani, le stesse percentuali sono nettamente più alte per i livelli superiori di istruzione, con il 44,8% di diplomati e il 20,7% di laureati. Il titolo di studio, tuttavia, non ha lo stesso rendimento rispetto all’occupazione: il vantaggio dato dal possedere la laurea, rispetto ad avere al massimo la licenza media, è di circa 40 punti percentuali in termini di tasso di occupazione tra gli italiani dalla nascita, mentre scende sotto i 9 punti tra gli stranieri.
Il rapporto Cnel riferisce inoltre che nell’anno scolastico 2022/2023 sono quasi 915mila gli studenti e bambini con cittadinanza non italiana presenti nelle scuole italiane e nel 65,4% dei casi sono nati in Italia. Questi ragazzi spesso hanno percorsi di studio, ancor prima che di lavoro, alquanto complessi. Gli studenti italiani in ritardo sono il 7,9% contro il 26,4% degli studenti con cittadinanza non italiana. Si sono evidenziati alcuni miglioramenti negli ultimi anni, pur se la distanza con i coetanei di cittadinanza italiana resta ampia.
Tra i giovani con cittadinanza straniera, il tasso di abbandono precoce degli studi è tre volte quello degli italiani (26,9% contro 9,0%).
LE FAMIGLIE CENSITE
Infine, alla fine del 2023 sono state censite 2.743.134 famiglie con almeno un componente straniero (Facs), pari a più del 10% del totale delle famiglie residenti in Italia. Le Facs sono nel 40% dei casi unipersonali e nel 26,5% dei casi composte da 4 o più componenti.
Questa polarizzazione (forte aumento delle unipersonali affiancato a una presenza ancora significativa di famiglie estese) suggerisce coesistenza di percorsi migratori ancora preliminari e processi di stabilizzazione familiare. Le famiglie miste (con membri italiani e stranieri) rappresentano il 29% circa delle Facs.




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