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VIDEO | I palestinesi da Papa Francesco: “La tregua non basta: fermare il genocidio”

"Oltre due milioni di persone sono intrappolate e demonizzate non solo da certi governi ma anche da media".

Pubblicato:22-11-2023 15:17
Ultimo aggiornamento:22-11-2023 17:44
Canale: Mondo
Autore:
conferenza palestina
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ROMA – “Il cessate il fuoco non basta, neanche la tregua umanitaria raggiunta stamani, perché di fatto mantiene lo status quo, e il genocidio potrà riprendere quando vorranno. Dal 1947, persino palestinesi forzati da Israele a fuggire in Libano sono stati poi massacrati nei campi di Sabra e Shatila. L’eccidio continua. Ma ogni vita è preziosa e nessuno dovrebbe dimenticarlo. Serve autodeterminazione e libertà. Per favore, siate messaggeri di pace e giustizia. La meritiamo”. Questo l’appello lanciato da Youssef Al-Khouri, uno dei palestinesi ricevuti in udienza privata da Papa Francesco, incontrando la stampa in Città del Vaticano.

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“Da 47 giorni Gaza vive l’inferno in terra a causa del più forte e meglio equipaggiato esercito del mondo, quello israeliano, che sta commettendo un genocidio” ha detto Al-Khouri.

“Oltre due milioni di persone sono intrappolate e demonizzate non solo da certi governi ma anche da media”. Il testimone ha continuato citando “accademici tra cui Barouk Kimberley, che affermano che Gaza da anni è un campo di concentramento”. Al-Khouri ha aggiunto: “Il 68% dei civili uccisi ora sono donne e bambini. Molti tra i 18 cristiani uccisi nel bombardamento della chiesa ortodossa di San Porfirio erano miei amici di infanzia”.

TESTIMONI: ASCOLTANDO DEI NEONATI DI GAZA IL PAPA HA PIANTO

“Stavo guardando il telegiornale quando ho visto che avevano bombardato il campo profughi di Al-Shaty, dove sono nato e cresciuto. Ho chiamato i miei ma le telecomunicazioni erano interrotte. Quella notte non ho dormito. Al mattino ho iniziato a ricevere foto della mia casa, che era stata bombardata. Ci vivevano in 30: mia madre, 75 anni, le mie sorelle e fratelli e i loro figli, tutti morti in un istante. Erano persone con una vita, sogni e progetti. L’ultima volta che li ho sentiti ho capito che non avevano più da mangiare”. Mohammed Halalo è originario di Gaza e oggi vive in Belgio, dove lavora come ingegnere informatico. È tra i dieci palestinesi ricevuti dal Santo Padre stamani a Roma in un’udienza privata, per raccontare cosa sta subendo la popolazione nella Striscia di Gaza dal 7 ottobre, quando Tel Aviv ha avviato un’operazione militare a seguito di un attacco sferrato dal gruppo Hamas nel sud di Israele che aveva causato più di 1.200 morti.

Come gli assalti di Hamas, anche la campagna di bombardamenti ha attirato le condanne dell’Onu e di attori internazionali, con Sudafrica alla guida di cinque Paesi che hanno deferito Tel Aviv alla Corte penale dell’Aia per crimini di guerra. Dal 7 ottobre 14.100 persone sono morte, ricorda Halalo, mentre “oltre 200 famiglie sono state completamente sterminate, cancellate dai registri amministrativi”.
Tra le vittime tanti bambini: “Quando ho raccontato al Papa le sofferenze dei neonati il Papa ha pianto” dice Khadija Abay, un’altra testimone, che a Gaza ha perso nove familiari tra cui “due bambini”. La donna racconta che chi ha lasciato il nord della Striscia per andare a sud “come ordinato da Israele” ha subito bombardamenti: “Israele indica le strade sicure, ma poi bombarda; oppure sono piene di soldati che sparano, o arrestano e dividono le famiglie”. “Ai check point i soldati dicono alla gente che non potranno mai più tornare indietro nelle loro case” dice un altro testimone, Youssef Al-Khouri. “Non stanno solo uccidendo, ma commettendo distruzioni di massa a Gaza: hanno bombardato tutto, palazzi, strade, ponti, scuole, ospedali, infrastrutture. La gente dove andrà?”

Shireen Awad, di Betlemme, che a Gaza ha perso due zii per mancanza di cure e racconta che un’altra zia ha atteso 18 ore i soccorsi benché in un raid avesse perso le gambe, denuncia che “la popolazione non ha più niente per il blocco imposto da Israele”. Secondo Awad, “Papa Francesco ne è al corrente” e “sa che da due settimane si usa acqua salata, che mancano luce, cibo e medicine”. La donna continua: “Ci ha dato parole importanti che il mondo deve ascoltare: ha parlato di genocidio. Per noi è la speranza che qualcuno nel mondo ci ascolti. D’altronde nel suo viaggio nel 2014 al Muro del pianto condannò ‘i muri dell’apartheid’ e pregò affinché venissero abbattuti”. Quindi l’appello: “Basta chiamarlo conflitto. Non siamo in guerra con Israele. L’esercito non combatte contro un altro esercito ma attacca la popolazione”. Awad conclude: “Non siamo qui per fare propaganda, ma per ricordare al mondo che gli esseri umani sono tutti uguali: palestinesi, israeliani, cristiani, ebrei, musulmani. Siamo fratelli. Per questo non si può accettare quello che sta accadendo”.

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2023-11-22T17:44:06+01:00