hamburger menu

Antonio Folletto: “Fare l’attore è un lavoro, non è un hobby. Serve riconoscerlo”

Da 'I bastardi di Pizzofalcone' a 'Shukran', dall'amore per Mastroianni al mestiere dell'attore: "Mi piacerebbe raccontare l'arte di arrangiarsi, è una cosa che gli italiani hanno nel sangue"

Pubblicato:22-11-2023 14:20
Ultimo aggiornamento:22-11-2023 14:20
Canale: Spettacolo
Autore:
FacebookTwitterLinkedInWhatsAppEmail

ROMA – Trenta minuti. O forse qualcosa di più. Noi a Roma e Antonio Folletto a Napoli. Ad unirci uno smartphone. Quell’oggetto che tanto divide ma unisce al momento giusto. Attualmente è sul set di un film “ma non posso dire nulla”. L’ultimo progetto che ha finito di girare è “‘Ma chi ti conosce’, l’opera seconda di Francesco Fanuele. La co-protagonista è Simona Tabasco“, con la quale ha condiviso anche la serie ‘I bastardi di Pizzofalcone’. “Alla gente piace perché racconta personaggi diversissimi tra loro ma che portano con sé delle tematiche universali. Spero che ci sia una quinta stagione. Se non dovesse esserci, porterò nel cuore un’esperienza incredibile che mi ha dato tante opportunità”. E ancora, il mestiere dell’attore, la passione per Mastroianni, i sogni nel cassetto e l’amore senza fine per il cinema: “Sogno di continuare a fare l’attore perché non lo do per scontato“.

ANTONIO FOLLETTO, L’INTERVISTA

Ciao Antonio, come stai?

“Bene (sorride, ndr)”

Sappiamo che sei sul set. Cosa e con chi stai girando?

“Non posso dire niente. Posso dire che le riprese sono iniziate a fine ottobre. Prima di quest’ultimo progetto, ho finito di girare l’opera seconda di Francesco Fanuele (‘Il regno’, ndr), si intitola ‘Ma chi ti conosce’. La co-protagonista è Simona Tabasco (con la quale ha condiviso anche ‘I bastardi di Pizzofalcone’, ndr)”.

Voglio partire dal tuo ultimo progetto ‘Shukran’. Una storia del 2011, che riecheggia nel presente. Su cosa ti ha fatto riflettere?

“Bella domanda. È un film ambientato nella Damasco del 2011, all’indomani dello scoppio della guerra civile siriana. Ma in realtà mi ha fatto riflettere su una cosa molto semplice che è il cuore di questa storia: al di là delle ideologie politiche e religiose, salvare le vite umane vale più di tutto. Non possiamo non tener conto che, qualunque siano le regioni, ci sono esseri umani che muoiono per scelte di altri essere umani”. 

Il film è ambientato nella Damasco del 2011 con lo scoppio della guerra civile siriana. Racconta la storia vera del cardiochirurgo siriano Tammam Youssef, che ha salvato migliaia di bambini senza badare all’ideologia. Infatti questo film è una riflessione sui sentimenti e sul linguaggio che uniscono. Oggi perché è più facile trovare le differenze anziché le somiglianze?

“Personalmente tendo dall’altra parte. Penso sempre a cosa ci accomuna e non a cosa ci divide. Quello che dici è vero, succede. Noi ci mettiamo nei panni degli altri per lavoro, ed è bellissimo. Ma nella vita di tutti i giorni, spesso, ce lo dimentichiamo. ‘Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te’. Questa frase spiega tutto, mi fa pensare alla necessità di introdurre il teatro nelle scuole perché si impara a mettersi nei panni degli altri e si sviluppa l’empatia. Noi, spesso, non ci mettiamo nemmeno nei nostri panni semplicemente perché non ci prendiamo il nostro tempo”. 

Ti capita di spiegare a tuo figlio le bruttezze del mondo?

“Sì, questo è il momento in cui incomincio a ricevere delle domande da mio figlio. È più difficile di quanto mi aspettassi. Gli racconto tutto con estrema onestà tenendo conto della sua età, ha 5 anni”. 

‘Shukran’ vuol dire grazie, una parole che si dice poco. Se si china la testa e si mettono le mani sul petto si trasmette un gesto profondo di gratitudine. Per chi hai gratitudine?

“Per mia madre, è sempre presente. Le sono e le sarò eternamente grato. E poi sono grato alla vita. Mi reputo una persona estremante fortunata. A volte è quasi imbarazzante rendersi conto di quanto si è fortunati quando ci sono persone che lo sono meno. Dovremmo avere tutti, di base, una stabilità”.

La quarta stagione de ‘I bastardi di Pizzofalcone’ si è conclusa. Perché ha così tanto successo? Perché il pubblico ha espresso un affetto così forte? In cosa è universale questa storia?

“All’inizio eravamo tutti molto inconsapevoli. In mano avevamo una sola certezza: la forza della scrittura di Maurizio De Giovanni, così come è stato per ‘Montalbano’ di Andrea Camilleri. Quando dietro c’è una scrittura così potente è difficile fare male. E questo è stato l’inizio del successo. Secondo me un grande traino sono stati i romanzi di De Giovanni che sono amatissimi. Inoltre, c’è stato un grande lavoro di squadra, dalla produzione ai registi. A determinare il successo è stato anche il gruppo di lavoro che si è unito e rafforzato stagione dopo stagione e i personaggi, che non solo portano con sé temi universali ma sono diversi tra di loro. Sono grato per tutto questo successo ed è bello quando ti capita un progetto come questo. Ancor più bello e gratificante è l’affetto del pubblico. Spero in una quinta stagione. Con la lunga serialità si crea un legame molto forte con il progetto, mi ha dato tantissimo e mi ha dato l’opportunità di fare tante altre cose. Sarà difficile staccarsi da ‘I bastardi di Pizzofalcone’. Ma se dovesse finire mi porto nel cuore un’esperienza incredibile”. 

Tra i registi de ‘I bastardi di Pizzofalcone’ c’è stato Alessandro D’Altatri, che ci ha lasciato lo scorso anno. 

“Grande professionista dal cuore grande. Sono stato fortunato a lavorare con lui. Posso dire senza alcun dubbio che è una delle persone più vere che io abbia mai conosciuto”.

Facciamo un passetto indietro, ‘Gomorra – La serie’. In questa serie cult hai interpretato ‘O principe’. Quale opportunità ha rappresentato per te?

“‘Gomorra – La serie’ mi ha dato l’opportunità di confrontarmi con una macchina gigante. Dal punto di vista produttivo è stato il primo grande progetto. Quando mi hanno chiamato per dirmi che ero stato preso ho pensato che fosse uno scherzo. Io sono entrato in questo progetto da fan, quindi l’impatto è stato forte. Quando ho incontrato per la prima volta Marco D’Amore e Salvatore Esposito ero emozionantissimo. Questa è la serie italiana più vista al mondo, mi ha dato la possibilità di farmi conoscere e di lavorare con grandi maestri e grandi interpreti”. 

Sky è al lavoro sulle Origin story di ‘Gomorra – La serie’. Che ne pensi? Da spettatore e fan cosa ti piacerebbe venisse raccontato?

“Non riesco ad immaginare, ma sono molto curioso. Sono sicuro che sarà qualcosa di bello ed estremamente accattivante. Mi piacerebbe che i produttori, gli sceneggiatori, i registi e gli attori abbiano la stessa libertà che abbiamo avuto noi mentre facevamo la ‘serie madre'”. 

Ci sono degli interpreti che accettano qualsiasi ruolo e altri, come te, che si prendono la libertà di scegliere cosa accettare e cosa scartare. Cosa c’è di più importante di un bonifico sul conto?

“Di più importante c’è sicuramente la salute. Detto ciò, in questo momento ho la fortuna di poter scegliere. A volte capita di non credere in qualcosa, ma ci si prova e si sbaglia (o forse no). L’importante è cercare di essere sempre coerenti con quello che si sente e avere rispetto per quello che si fa”. 

Ora gli incassi nelle nostre sale non li fanno solo i Me Contro Te o le grandi produzioni hollywoodiane. C’è spazio anche per altro. Ne è l’esempio Paola Cortellesi con ‘C’è ancora domani’. Ti chiedo c’è ancora domani per il cinema italiano?

“Sono felicissimo per Paola Cortellesi e per il suo film ‘C’è ancora domani’. Sta ottenendo dei risultati sbalorditivi, questo mi emoziona e mi dà fiducia. Ti fa rendere che non hanno successo solo determinate cose e che il pubblico sta tornando a riempire le sale. Ultimamente mi è capitato di vedere un’intervista di Marcello Mastroianni in cui diceva: ‘Dicono che forse un domani ci sarà la possibilità di vedere i film sui telefoni o su apparecchi a casa tua come se fosse il cinema. Penso che sicuramente ci sarà un momento di calo per il cinema, però vincerà sempre perché è un’esperienza unica irripetibile’. Cos’altro posso aggiungere? Niente!”

Sei un grande fan di Marcello Mastroianni. Se per assurdo ce lo avessi davanti cosa gli chiederesti?

“Ci sarebbero tante cose da chiedergli. Forse gli domanderei se lui abbia mai avuto la percezione di quello che realmente ha creato e di quello che è diventato”.

Cambieresti qualcosa del sistema cinema italiano?

“Sicuramente ci sono delle cose da cambiare. Servirebbe più tutela per tutte le figure, soprattutto per quelle che sono dietro la macchina da presa e per colore che sono agli inizi e non hanno una continuità lavorativa. E poi credo che sia fondamentale, una volta per tutte, riconoscere il mestiere dell’attore come un lavoro e non come un hobby. Poi, sai, mi piacerebbe che si rischiasse di più. Con ‘Shukran’ lo hanno fatto. È l’opera prima di Pietro Malegori e non è un film commerciale, ma ha trovato una distribuzione. Dobbiamo prendere questa direzione”. 

Cosa ti tiene vivo?

“Tante cose. Ma in assoluto quei momenti di estrema difficoltà e felicità. Sul lavoro, per esempio, mi tiene vivo l’entusiasmo. Non riesco ad immaginare di fare questo mestiere senza l’entusiasmo. Non è un qualcosa che ha a che fare con l’agitazione, quella ci sarà sempre. A volte mi è capitato di avere dei cali ed è stato molto brutto. Per il resto, la cosa che mi tiene più vivo è l’amore, l’amore vero in tutti i modi in cui si può manifestare”. 

Quali sogni ci sono nel tuo cassetto?

“Sono scaramantico – e ci sto lavorando su questo mio aspetto – quindi non te li dirò. Ti posso dire che sogno di continuare a fare questo lavoro perché non lo do per scontato”. 

Ci sono dei sogni irrealizzabili?

“Non credo”. 

Che tipo di tematica ti piacerebbe esplorare al cinema?

“Bella domanda. Una tematica che mi ha sempre affascinato è l’arte di arrangiarsi. È una cosa che noi italiani abbiamo nel sangue, come se fosse una predisposizione naturale. Ed è un arte che i grandi maestri della commedia all’italiana hanno raccontato. Anni 60, dopoguerra, boom economico e tutto da ricostruire. Quindi le persone si ‘spremevano’ per ricominciare tutto da capo. Oggi, invece, possiamo dire e fare gli intellettuali come vogliamo ma abbiamo tutto e, quindi, si fa molta fatica a spremersi”.

Sei felice?

“Sì. È difficile rispondere. La felicità è rappresentata da attimi. Ma sì, sono felice. Felice se penso al presente: siamo qui perché ti stai interessando a quello che faccio e poi penso alla fortuna di riuscire a tornare a casa da mio figlio in un attimo nelle pause dal set. Sono felice ed ho un profondo rispetto per il tempo, è giusto viverlo appieno”. 

Le notizie del sito Dire sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte Agenzia DIRE e l’indirizzo www.dire.it

2023-11-22T14:20:30+01:00