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Ma quant’è bello fare affari in Eritrea (senza processo)

Una storia iniziata con la denuncia di tre rifugiati, finita con un accordo tra le parti. Cos'è successo?
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ROMA  – Schiavitù e lavoro forzato in Eritrea? A stabilire come stanno davvero le cose non saranno i giudici. Almeno quelli canadesi, nonostante a inizio anno la Corte suprema di Ottawa avesse dato un via libera senza precedenti al processo contro una multinazionale accusata di violazioni dei diritti umani commesse all’estero.

La vicenda giudiziaria era cominciata nel 2014 con la denuncia di tre rifugiati, Gize, Kesete e Mihreteab. Accusavano la Nevsun Resources, un gruppo con base in Canada in consorzio con una società statale di Asmara, di averli sfruttati 12 ore al giorno, sei giorni la settimana, in una miniera di oro, rame, argento e zinco. Prima di scappare dal loro Paese i tre erano militari di leva. Con il beneplacito e la connivenza di Nevsun, sarebbero stati minacciati, umiliati e schiavizzati dai comandanti dell’esercito.

La notizia è che adesso hanno trovato un accordo “reciprocamente soddisfacente” con la multinazionale e che dunque non ci sarà alcun processo. Possibile che dietro ci sia la mano (e i soldi) dei cinesi del gruppo Zijin Mining, che nel frattempo hanno rilevato la Nevsun. Il caso è comunque un’occasione mancata, due volte. Per capire l’Eritrea e pure cosa vuol dire un’espressione che ora va di moda: responsabilità sociale d’impresa.

Le notizie del sito Dire sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte «Agenzia DiRE» e l’indirizzo «www.dire.it»

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