ROMA – Almeno undici, in 12 ore: sono i numeri dei presidenti, dei primi ministri e degli alti rappresentanti di Stato di quattro continenti che Donald Trump incontrerà oggi nella sua giornata newyorchese alle Nazioni Unite. Numeri e scelte che dicono delle priorità e delle preoccupazioni del presidente degli Stati Uniti, a poco più di mese dalle elezioni di midterm e con il caro-energia alimentato dai conflitti in corso dal Golfo Persico al Mar Rosso, senza dimenticare l’Ucraina.
I bilaterali, in realtà, già prima del dibattito generale dell’81esima Assemblea generale dell’Onu al Palazzo di vetro, sono iniziati ieri sera. Alla Trump Town, il presidente americano ha ricevuto il francese Emmanuel Macron, con il quale è stata discussa anche l’ipotesi di una risoluzione al Consiglio di sicurezza Onu dedicata in particolare allo Stretto di Hormuz.
Di conflitto con l’Iran Trump discuterà anche oggi con i rappresentanti di Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Oman, Bahrein, Kuwait e Qatar. Sono i Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo: al centro dei colloquio anche l’avanzata delle forze houthi in Yemen, in particolare nella regione del Mar Rosso e dello Stretto di Bab El-Mandeb, snodo chiave del commercio tra Asia ed Europa e globale.
Di un’altra guerra Trump parlerà con Volodymyr Zelensky, presidente dell’Ucraina. Gli inviati americani hanno da poco fatto la spola tra Kiev e Mosca e una tregua con la Russia all’orizzonte ancora non si vede. Uno dei tentativi, come confermato da Macron ieri sera, potrebbe riguardare ancora una sospensione delle offensive incrociate contro le infrastrutture energetiche.
L’energia, con il nodo dei rincari globali dei prezzi di diesel e benzina, sarà anche il cuore di un incontro inedito: quello tra Trump e Delcy Rodriguez, numero uno in Venezuela dopo i raid americani a Caracas e la fine della presidenza di Nicolas Maduro nel gennaio scorso. Il nodo, in questo caso, sono i giacimenti petroliferi caraibici, al centro di un nuovo accordo voluto dagli Stati Uniti.
Nell’agenda di Trump c’è anche un altro dossier, americano almeno dal suo punto di vista. Oggi a New York è attesa infatti la firma di un’intesa che apre all’aumento della presenza militare degli Stati Uniti in Groenlandia, isola artica che ha status di autonomia ma è parte del Regno di Danimarca. Al fianco di Trump ci saranno i primi ministri di Nuuk, Jens-Frederik Nielsen, e di Copenaghen, Mette Frederiksen. La speranza danese è che l’accordo metta un freno alle pretese del presidente americano su possibili annessioni. Di certo, l’intesa potrebbe essere presentata da Trump come un successo della sua dottrina ‘America First’, anche in chiave elettorale.
Tra un bilaterale e l’altro, compreso quello con il premier britannico Andy Burnham, il presidente americano parlerà dal podio dell’Assemblea generale dell’Onu. Secondo il New York Times, il suo discorso arriva “in un momento di forte turbolenza” a livello globale. Il Washington Post usa la stessa parola, “tumult”, aggiungendone un’altra: “imprevedibilità”. L’anno scorso, di fronte ai capi di Stato e di governo, Trump disse che i loro Paesi stavano “andando all’inferno” per le politiche sul clima e per l’immigrazione di massa.




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