ROMA – Sono le più vulnerabili tra i vulnerabili, vittime di un sistema ingiusto che crea sfruttamento e toglie libertà. Sono le lavoratrici domestiche straniere, ostaggio due volte, nel Libano in cerca di pace: per i bombardamenti israeliani che non hanno risparmiato i civili e perché sono senza protezione e senza libertà. È per loro che è partito un progetto dell’organizzazione italiana Celim. “Questa iniziativa”, spiega Davide Bonetti, suo rappresentante in Libano, “si inserisce nel sistema della ‘kafala’, una serie di accordi tra Libano e vari Paesi attraverso i quali vengono fatti arrivare lavoratori migranti ai quali spesso è sottratto il passaporto: si ritrovano quindi in condizioni di estrema fragilità e dipendenza“. A un centro “polifunzionale”, a Jounieh, a nord di Beirut, fanno ora riferimento 250 persone, perlopiù donne e bambini di origine africana. A loro, grazie al supporto della Conferenza episcopale italiana con i fondi dell’8xmille, è garantito supporto su un piano legale e psicologico.




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