VIDEO | La storia di papà Daniele: “Mio figlio in casa famiglia perché gli volevo troppo bene”

Il dramma del figlio tolto alle cure paterne perché ritenute 'alienanti'
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ROMA – Daniele F. è un papà che entra nella rubrica del coraggio, quella che abbiamo dedicato ai figli tolti a genitori definiti ‘alienanti’, di solito mamme. Questa volta c’è un uomo, un padre che ha spiegato all’agenzia Dire che tipo di dolore sia quello che si prova quando ti portano via un figlio, quando te lo strappano dalle braccia con un prelevamento forzato e “tu sei lì, impotente, davanti al suo dolore”. Lo paragona a quello dei naufraghi, a vedere “un bambino, un figlio, una persona” che affoga nel mare. Questo padre “è oggetto di persecuzione- afferma alla Dire il suo legale, Edoardo Scordamaglia- anche in ambito penale ed è stato messo ai domiciliari per quasi un anno. Sono all’ordine del giorno querele e denunce strumentali, da parte della madre di suo figlio, che lo accusa di stalking a mezzo social network, soltanto perché Daniele pubblica ogni tanto, per sfogarsi, alcuni commenti sulla vicenda, senza mai rivolgersi direttamente alla sua ex o a persone specifiche”. Questo è solo l’ultimo atto in ordine cronologico della storia, iniziata con una CTU del 2017 che ha diagnosticato “l’alienazione del bambino”, “il vincolo simbiotico” da parte del padre, “il troppo amore” come dice Daniele nel corso dell’intervista; ‘mio figlio, un bambino di 3 anni, è finito in casa famiglia per 9 mesi’.

Oggi questo padre da quel dolore prova a risorgere dicendo a se stesso quello che proverà a reinsegnare a suo figlio: “Che non c’è nulla di male nel volere troppo bene. Il bene non può essere troppo. Ma non potrò prenderlo subito per mano, dovrò riavvicinarmi piano” perché il bambino di una volta non c’è più, quel dolore “rompe ogni cosa- dice Daniele- rompe tutte le cose belle”.

La storia giudiziaria che porterà il piccolo Luca (nome di fantasia, ndr) a finire in casa famiglia è una storia di alti e bassi, di tentativi di superamento della conflittualità, di prove di ‘affidamento condiviso’, di ricorsi e di ben “4 richieste di decadenza in 4 anni dell’autorità genitoriale paterna”, da parte della madre del bambino, “tutte rigettate”.

“Il calvario giudiziario inizia nel gennaio 2013- racconta Daniele alla Dire- quando mio figlio aveva 2 anni e c’era un tira e molla con la mamma. Viene depositata una richiesta di decadenza della patria potestà nei miei confronti dal Tribunale per i minorenni di Sassari. La motivazione era pazzesca: ‘pretendevo di allattare mio figlio dal mio seno’ e ‘gli insegnavo e parlavo in inglese e per questo venivo accusato di isolarlo socialmente’. Anche con il giapponese i servizi sociali mi hanno accusato di ‘adultizzare il bambino’. Quella richiesta non portò a nulla e il giudice ci invitò a seguire un percorso genitoriale al quale abbiamo adempiuto”.

Ma “durante l’estate il bambino era sempre con me, mi veniva lasciato. Sono un libero professionista, sono onorato di essere il padre di mio figlio e ho deciso di dedicarmi a lui magari con qualche soldo in meno”. Daniele in tutto il corso dell’intervista, non esprime giudizi sulla mamma di suo figlio, parla di “differenza di età” e “scelte di vita” della mamma del piccolo che la portano spesso ad allontanarsi, a lasciare il bambino, “non giudico” ripete di continuo.

“Il 22 ottobre 2014” arriva il primo prelevamento di Luca. “Vivevamo in due case e il bimbo era sempre con me. Per la seconda volta il Tribunale dei minori su istanza della madre emette una sospensione temporanea della patria potestà ‘inaudita altera parte’ e mi portano via il bambino. Mi chiedono di farmi trovare nella piazza presso lo studio del mio legale. Quattro ore di paura, singhiozzi, le urla di mio figlio e delle persone dai balconi che assistevano alla scena. Presenti la madre, il legale, la madre di lei e un paio di amiche”. Il video che Daniele porta alla nostra redazione documenta questi momenti di grande paura che vive il bambino, mentre cerca di attaccarsi al padre con tutte le sue forze. “Ma il bambino non era stato rapito” dice Daniele, “era spesso lasciato alle mie cure”, “la mamma andava e veniva”.

“La mattina a Sassari m’incateno al Tribunale e chiedo di avere udienza con il giudice che ha deciso questo, decide di uscire fuori e mi dice: ‘Non ho ordinato nulla del genere’. Entro e faccio la mia deposizione. E il Tribunale stabilisce- precisa Daniele- che lo posso vedere tre pomeriggi alla settimana, ma non succede. Lo vedo solo un paio di mesi dopo e il bimbo scappa via, io ovviamente non l’ho forzato”.

“A gennaio 2015, poi- continua il racconto- il Tribunale dei minori mi restituisce la patria potestà e stabilisce che sia il Tribunale ordinario a stabilire orari di visita”.
Le cose cambiano ancora. “La mamma si riavvicina” spiega Daniele, che accetta per il bene del bambino “un percorso di affido più che condiviso: viviamo a 3 km uno dall’altra e con questa modalità Luca avrebbe potuto godere di entrambi i genitori. Era una proposta di affido più che congiunto che ebbe i complimenti del Tribunale quando l’abbiamo presentata, solo incentrato sull’equilibrio del bambino, di noi non c’era niente e firmiamo così questo decreto che responsabilizzava ognuno di noi”. Ma il tutto dura poco, pochissimo. “Il bambino- racconta Daniele- è sempre con me. Io sono contento, ma chiedeva della mamma e la mancanza di un genitore si sente nella crescita e bisognerebbe cercare di minimizzarlo. Glielo dicevo. Le spiegavo. Ad aprile lei va in Svizzera. Ogni tanto chiamava il bimbo che iniziava a non volerle rispondere al telefono”. Daniele dice di provare a mediare, a tenere la rotta di quel modello di affido condiviso, ‘fino alla proposta della mamma di andare a vivere in Svizzera con il piccolo”, che invece Daniele rifiuta. “Per mesi di lei non si sa niente, Luca inizia l’asilo e lo trasferisco nel plesso del mio paese ma dopo una settimana mi dicono che non possono tenerlo perché la madre si è opposta a questo trasferimento”.

E’ allora che Daniele si dice costretto a un “ricorso al tribunale ordinario per l’affido esclusivo. A luglio 2016 c’è la prima udienza- spiega- viene negato l’esclusivo e istituiscono una psicologa come figura super partes. Accetto questa figura e le peritali verranno nominate 6 mesi dopo. Quella figura risulta iscritta come CTU nel Tribunale ed è lei che si spaventa della reazioni del bambino di fronte alla madre e dice di portarlo a casa. Subito dopo viene nominata Ctp di controparte e mi dice che devo pagare 160 euro a seduta. Mi rifiuto di pagare. Affrontiamo il percorso di CTU dove l’esito è che viene diagnosticata ‘l’alienazione del bambino o simbiosi’, ‘troppo amore’, fino a ‘comportamenti al limite di pericolosità per il bambino e l’ex compagna’’. La CTU dichiara esplicitamente: ‘Emerge simbiosi e assertività al pensiero paterno, con elementi tipici della alienazione genitoriale di Gardner (PAS, dall’acronimo di Parental Alienation Syndrome, 1984)’.

“M’incateno per la seconda volta al Tribunale di Tempio Pausania- continua Daniele nel suo racconto- L’udienza è il 14 febbraio 2017 e dieci giorni dopo mi portano via il bambino i servizi sociali, una psicologa, una pedagogista, alla presenza di 15 agenti delle forze dell’ordine, solo 2 in uniforme e nessuna ambulanza. E’ stato un processo lungo e doloroso ed è terrificante- dice con un filo di voce Daniele- assistere a tuo figlio che ti chiede aiuto e tu sei costretto a girarti dall’altra parte”.

Il piccolo “finisce in casa famiglia. I primi incontri protetti con la madre li ha dopo sei mesi. Rimane in casa famiglia nove mesi e io- racconta Daniele- lo vedo 45 giorni dopo, mentre prima lo sentivo solo al telefono: le prime due settimane solo cinque minuti al telefono, piangevamo e basta, tutti e due. Questo era il percorso prescritto dalla CTU: ero da annullare- ribadisce Daniele- e il bimbo da resettare. La stessa comunità diceva che il bambino stava male e che il papà era l’unica figura di riferimento. Non ho mai parlato male della madre, non ho mai osteggiato quel rapporto” ripete Daniele che dice di avere tutto documentato, tabulati telefonici, irreperibilità della madre nei suoi trasferimenti, quei video in cui il bambino non vuole staccarsi da lui: “In nome della PAS” secondo una CTU.
“Dopo la casa famiglia- continua- viene dato in affido esclusivo alla madre che si è risposata nel frattempo, vive a 4 km e io posso avere solo incontri protetti 1 ora alla settimana. Il bambino è sempre più distaccato”.

Il penultimo atto di questa storia arriva ad “aprile 2018- prosegue Daniele- quando ristabiliscono un affido congiunto confuso, con telefonate libere ed incontri protetti per reintegrarmi nel rapporto con mio figlio. Chiediamo due pomeriggi e due weekend, ma scopro che la controparte aveva presentato una terza richiesta di decadenza di patria potestà, sempre cassata. In Corte d’appello ristabiliscono l’esclusivo, ma da un anno e mezzo non vedo mio figlio perché considero gli incontri protetti non più produttivi”.

Parallelamente a questo procedimento giudiziario, in sede civile “Daniele è finito ai domiciliari per alcuni commenti su facebook assolutamente inoffensivi- sostiene il suo legale- e rientranti nei canoni del sacrosanto diritto di pensiero. Secondo la Procura sono commenti indiretti, ma allusivi alla persona offesa, che leggendoli potrebbe subirne un danno. Come se per scrivere un commento su facebook servisse uscire da casa e per questa ragione comunque la libertà di Daniele è stata limitata. Grazie al supporto dell’avvocato Vincenzo Morelli la misura è stata revocata dal Tribunale del Riesame di Sassari, perché totalmente illogica. Esistono misure meno afflittive, come ad esempio il divieto di comunicare anche con mezzi telematici che avrebbero assolto al compito di evitare che Daniele traumatizzasse la sua ex a distanza con dei commenti su una pagina facebook, che indirettamente potrebbero aver danneggiato la psiche della sua ex compagna. Invero, ahimè, questi sono tentativi di far desistere Daniele dal continuare a sperare e combattere per recuperare il rapporto con suo figlio. Daniele non si arrende”.

L’ultimo atto della storia è ancora da scrivere. “Giunge fino a Roma- ricorda il legale Scordamaglia- e affida all’esperienza dell’avvocato Andrea Severini l’istanza di revisione dell’affidamento di Luca al Tribunale di Tempio Pausania per poter tornare a vedere il proprio bambino in maniera civile ed umana. Subito dopo, a distanza di meno di un mese, i Carabinieri sono di nuovo alla sua porta. Questa volta non sono lì per notificargli gli arresti domiciliari, ma per effettuare una perquisizione che fa parte delle indagini su quel reato di stalking, i commenti su facebook di un anno prima insomma. Siamo all’assurdo. Il computer ed il telefono di Daniele sono sequestrati e saranno effettuati dei controlli da un perito che dovrà appurare se contengono tracce di altri commenti o pubblicazioni sui social network da parte di Daniele. Se tutto va bene rivedrà il telefono ed il computer tra cinque/sei mesi. Sembra che questo padre sia un terrorista. Daniele ha perso un lavoro che stava facendo per un cliente, uno dei pochi rimasti dopo tutta questa vicenda. L’udienza per chiedere di modificare le modalità di affidamento del piccolo Luca è fissata a gennaio 2021. Daniele è esausto, già si è incatenato fuori dal Tribunale in passato, ma a poco è servito. E’ un papà a cui è stato tolto tutto, che ad ogni tentativo di riavvicinarsi a suo figlio, subisce denunce, indagini, perquisizioni, sequestri. Ha perduto la libertà, il lavoro, la dignità e, soprattutto, suo figlio. Merita un grande rispetto, perché ha scelto di rialzarsi ogni volta”.

Daniele si domanda se la fotografia attuale della sua situazione, lo strazio vissuto da suo figlio sia la famosa bigenitorialità rivendicata da tanti. Come si fa, si domanda, a ricostruire un rapporto che c’era e che è stato annientato attraverso degli incontri protetti? “Ho chiesto una revisione e voglio essere positivo. Io non ho fatto nulla. Mi lascia perplesso che nessuno pensi a cosa tutto questo abbia generato nel bambino. Quando è uscito dalla comunità il bimbo aveva 6 anni e mezzo e disse ‘io vivo un po’ da mio padre e da mia madre oppure resto qui’. Questa era la sua determinazione. Tutti avrebbero dovuto allinearsi a questa volontà”.

Daniele non può mettersi alle spalle il suo difficile percorso e assicura: “Metterò a servizio di altri genitori come me l’esperienza che ho maturato. A mio figlio dirò tutto verbalmente, quando potrò riavvicinarmi a quel bambino che allora non voleva staccarsi dalle mie braccia”. La speranza è gennaio 2021, e intanto nell’attesa di questa prossima udienza Daniele “non si arrende e non si arrenderà” come dice il suo avvocato, in nome di quegli anni ‘purtroppo rotti per sempre” come ha detto, “quando Luca imparava ad andare in bicicletta, quando si facevano i viaggi insieme…”.

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22 Giugno 2020
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