Il ricordo di Falcone e Borsellino nell’aula bunker che ospitò il maxi processo

Istituzioni e studenti in quella che fu 'l'astronave verde'
Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp
Condividi su email
Condividi su print

PALERMO – Una fortezza da 7.500 metri quadrati in cemento armato, costruita a tempi record per ospitare uno dei piu’ grandi eventi giudiziari della storia d’Italia: il primo maxi processo alla mafia. E’ l’aula bunker del carcere Ucciardone di Palermo, dove domani si ritroveranno i 1.500 studenti giunti nel capoluogo siciliano a bordo della Nave della legalita’ per ricordare le stragi di Capaci e via D’Amelio in cui persero la vita Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e gli agenti delle loro scorte. Rappresentanti delle istituzioni e studenti di tutta Italia ricorderanno una delle pagine piu’ importanti della lotta alla mafia in quell’aula in cui si celebro’ il maxi processo, figlio del lavoro portato avanti da Falcone e Borsellino e dagli altri componenti dell’allora Ufficio istruzione del Tribunale di Palermo.

Una struttura da fantascienza ideata dall’archtetto romano Francesco Martuscelli all’interno del vecchio carcere borbonico e costata circa trenta miliardi delle vecchie lire che, nelle cronache di quel tempo, fu ribattezzata ‘l’astronave verde’ per via del colore dominante al suo interno. I lavori finirono pochi giorni prima del 10 febbraio 1986, primo giorno di un processo ‘maxi’ soprattutto nei numeri: 475 rinviati a giudizio, dei quali 207 detenuti e 121 latitanti. Lungo l’elenco dei capi d’imputazione: 450 complessivamente, su tutti l’associazione a delinquere di stampo mafioso che venne contestata a 377 tra boss e picciotti. I testimoni chiamati a deporre dall’accusa furono 413, 310 le parti lese e circa 300 gli avvocati chiamati a dimostrare l’innocenza dei propri assistiti.

Dentro il gran pentolone del ‘maxi’ c’era di tutto: dalla sanguinosa guerra di mafia dei primi anni Ottanta, che segno’ l’ascesa al potere dei Corleonesi di Luciano Leggio e Toto’ Riina, al boom del narcotraffico sulle vie dell’Oriente e del cosiddetto ‘Triangolo d’Oro’. Lungo e amaro il capitolo dedicato agli omicidi dei servitori dello Stato: da quello del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa a quelli del vicequestore Boris Giuliano, del capitano dei carabinieri Emanuele Basile e del medico legale del Policlinico di Palermo, Paolo Giaccone, ucciso per non aver ‘messo a posto’ un referto che inguaiava alcuni uomini d’onore.

Al centro di intrighi e delitti la ‘Commissione’, cosi’ come raccontato dal ‘teorema Buscetta’ e da altri pentiti del calibro di Totuccio Contorno e Vincenzo Sinagra: era l’organo decisionale di Cosa Nostra che tutto sapeva e approvava. Cosi’ come approvava anche il suo presidente, Michele Greco, detto il ‘Papa’, scovato dai carabinieri a processo in corso. A guidare ‘l’astronave verde’ fu chiamato come presidente di Corte d’assise Alfonso Giordano, che condivise l’esperienza con due giudici togati e sei popolari. Ad accompagnare Giordano in quasi due anni di dibattimento l’allora 41enne Piero Grasso, nel ruolo di giudice a latere. L’accusa fu rappresentata da Domenico Signorino e Giuseppe Ayala.

I verdetto arrivo’ il 16 dicembre del 1987, dopo 35 giorni di camera di consiglio in completo isolamento. Giudici, pm, avvocati e imputati si erano lasciati dietro 22 mesi di processo, 349 udienze e 1.314 interrogatori. Giordano impiego’ circa un’ora e mezza per la lettura delle 54 pagine del dispositivo di una sentenza che inflisse 19 ergastoli, a cui si aggiunsero 2.665 anni e sei mesi di carcere oltre che multe per undici miliardi e mezzo di lire. Le condanne per associazione a delinquere furono 202, mentre gli assolti 114. Nove mesi dopo Giordano e Grasso depositarono le 6.900 pagine di motivazione di una sentenza storica che sanci’ per la prima volta l’esistenza di un’associazione criminale chiamata Cosa nostra.

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp
Condividi su email
Condividi su print

Leggi anche:

22 Maggio 2019
Le notizie del sito Dire sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte «Agenzia DIRE» e l'indirizzo «www.dire.it»