VIDEO | Elezioni Europee, ‘Ora voto io’: genitori e figli a confronto sulla politica

Alla vigilia del voto cosa pensano diverse generazioni al riguardo
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ROMA – C’è chi l’ha respirata in casa fin da bambino, tramandata dalla passione dei genitori. Chi l’ha scoperta attraverso il rap grazie ai fratelli più grandi e chi si è lasciato trasportare dallo slancio di un insegnante di scuola. Non è la musica, ma la politica. Quell’interesse per il bene comune che solo raramente riesce a conquistare l’attenzione delle giovani generazioni, distratte dai social e troppo lontane dalla formalità delle istituzioni. Eppure Gabriele, 18 anni, dopo la scuola e le lezioni di chitarra classica, dedica il tempo libero rimasto ad organizzare incontri ed assemblee nel suo liceo, il Mamiani di Roma, perché ‘la scuola è l’officina della società, ed è da lì che usciranno i futuri cittadini’. E come lui anche Michele, 17 anni, studente dello scientifico e insegnante di judo per bambini, occupa ‘tutto il tempo a disposizione per la politica, che per me vuol dire pianificare dibattiti, cineforum e manifestazioni, per creare consapevolezza all’interno della scuola e fuori’.

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È la prima generazione nata nel XXI secolo che può votare, e per molti di loro le prossime elezioni europee saranno la prima esperienza elettorale. Non hanno conosciuto la lira, sono nati nel segno di un’Europa unita e al momento della crisi economica del 2008 non avevano neanche dieci anni. E forse proprio per questo, le loro parole – raccolte da diregiovani.it in un’intervista doppia tra genitori e figli – esprimono sentimenti contrastanti, che alternano l’entuasiasmo alla disillusione.

L’ATTIVISMO

‘I ragazzi si devono dare una svegliata. Io mi sono messa in gioco perché qualcuno lo doveva pur fare’. Susanna, giocatrice di pallavolo e appassionata di teatro, è stata attratta dalla politica quando ha varcato la soglia del liceo romano ‘Plinio Seniore’. Anche lei si divide tra collettivi ed organizzazioni extra scolastiche, ma è un’attività difficile da definire. ‘Non mi sento di dire che faccio politica, non ho le conoscenze adeguate per dire che faccio politica. Diciamo che spingo me stessa e gli altri a fare politica. Cerco di portare sia me che gli altri a formarsi, conoscere ed essere consapevoli’. Non un impegno costante, dunque, ma guai a etichettarlo come passatempo: ‘quando mi viene detto mi dà fastidio, perché io lo sento come un obbligo. All’inizio andavo alle manifestazioni perché erano divertenti, adesso lo sento come un dovere. C’è troppa gente che dice ‘non me ne frega niente, tanto non cambia nulla’. E invece cambia. Anzi, sta cambiando ma in peggio, quindi dobbiamo mettere un punto e ripartire‘.

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FUORI E DENTRO LA SCUOLA

Per Gaia, invece, avvicinarsi alla politica è stato naturale, perché ‘l’ho respirata in casa fin da quando sono nata’. Con alcuni suoi coetanei, è tra i promotori de ‘L’Associata‘ l’organizzazione composta da under 25 che vogliono cambiare la propria città partendo da proposte concrete. ‘È un’iniziativa molto importante perché finalmente i giovani vengono resi parte attiva e possono dare il proprio contributo al cambiamento- racconta Gaia, che da Roma sogna di estendere l’iniziativa anche ad altre realtà italiane- È molto importante aprirsi e parlare, perché alla fine tutti quanti abbiamo a cuore la città, e invece di fare continue lotte si può provare insieme a proporre qualcosa di positivo’.

Mentre la studentessa romana ha trovato il proprio stimolo fuori dalla scuola, c’è chi preferisce concentrare il suo impegno tra i corridoi del suo istituto. ‘Sono convinto che circoscrivendo l’azione ad una scuola o quartiere si riesca a coinvolgere ed ottenere di più- continua Gabriele- nelle piccole realtà c’è un rapporto più umano e si possono risolvere problemi reali’. Ma per Michele i due aspetti non sono in contraddizione, e l’impegno quotidiano tra i banchi si unisce a quello con la Rete degli studenti medi, l’associazione studentesca fondata nel 2008 che riunisce i ragazzi delle scuole superiori sia a livello cittadino che a livello regionale e nazionale.

COINVOLGIMENTO

La protesta è un gesto importante, ma poi ci sono anche momenti costruttivi in cui apriamo un confronto con le forze politiche del territorio- racconta Dario Rapiti, 19 anni, studente di statistica e coordinatore regionale della Rete del Lazio- Coinvolgere i ragazzi non è facile, da qualche anno c’è un generale disinteresse perché la nostra generazione è cresciuta nella disillusione, con l’idea che studiare non serve perché non troveremo lavoro, e che la classe politica è corrotta, mentre altre generazioni avevano la speranza, l’ideale, l’obiettivo finale che li portava a lottare’. Eppure il 15 marzo 2019, in occasione dello sciopero globale per il clima, sono stati migliaia, in tutto il mondo, gli studenti che hanno partecipato al ‘venerdì per il futuro’, mentre 70mila saranno i giovani che domani, in Italia, celebreranno la ‘Giornata della legalità’ per ricordare la morte dei giudici Falcone e Borsellino e rinnovare l’impegno contro ogni tipo di mafia.

A Roma, invece, la lotta per l’inclusione e l’accoglienza ha assunto il volto timido di Simone, quindicenne di Torre Maura che ha fatto sentire la propria voce durante le proteste per l’arrivo di alcune famiglie rom in un centro di accoglienza. ‘Le cose possono andare meglio, dipende tutto da noi- continua Dario, che da grande vorrebbe lavorare in un’organizzazione che si occupa di diritti umani o nella pubblica amministrazione- la mia esperienza è stata positiva. Volevo cambiare le cose e ci sono riuscito, ho avuto la possibilità di influire e questo mi ha spinto a partecipare sempre di più’.

Ma coinvolgere le giovani generazioni non è mai facile, e ‘a volte ti viene da dire ‘andimocene’, è inutile- aggiunge Michele- molti studenti vedono la scuola come un carcere, non come un luogo di crescita. Ma se vengono coinvolte, le persone cambiano, si attivano, si entusiasmano. E un ragazzo di 15 anni che ha capito che può cambiare il mondo non lo fermi più’. Tutto sta nel riuscire ad ottenere la loro attenzione, e per farlo anche i social vanno bene. Video, condivisioni, ogni strumento è valido per far girare il più possibile il virus dell’attivismo. ‘I social sono meravigliosi- racconta Gaia, che con il suo colletivo scolastico ha aperto una pagina Instagram- ma sono solo un supporto. La nostra generazione, sempre connessa online, spesso si dimentica che la realtà è un’altra, e che bisogna spendere del tempo per ascoltare le persone e confrontarsi. Se vuoi capire bene quello che ti circonda devi trovare il tempo di parlare e discutere con gli altri’.

POLITICA SÌ, PARTITI NO

Tuttavia, secondo i dati raccolti nel 2017 dall’Istituto Toniolo, che ha intervistato più di tremila ragazzi dai 20 ai 34 anni, il 40% dei giovani è lontano dalla politica, e solo il 35% aderisce ad un partito. Tra i disinteressati, più della metà (52,5%), non si riconosce nella distinzione tra destra e sinistra, mostrando una disaffezione generalizzata. Ma non identificarsi in un partito, non vuol dire rinunciare alla cittadinanza attiva. ‘La mia disaffezione per la politica non corrisponde a una non attività- dice Gabriele- Non mi sento rappresentato da nessun partito, ma andrò comunque a votare alle europee. I partiti di ora sono da svecchiare e sto aspettando che sia la mia generazione a scendere in campo’. E in attesa che avvenga la rivoluzione generazionale, i giovani fanno sentire la propria voce. Secondo l’osservatorio ‘Generazione Proteo’, alle elezioni del prossimo 26 maggio saranno più dell’80% i giovani che andranno alle urne per votare la loro Europa, ma nel segno del cambiamento. I dati del sondaggio Dire e diregiovani.it mostrano un elettorato che ha fiducia nell’Unione (per l’84% degli intervistati è positiva per il nostro Paese), ma vorrebbe che si occupasse più di immigrazione e meno di economia. ‘Vorrei provare a svecchiare la classe dirigente perché fosse aperta non solo ai problemi del singolo ma a quelli dell’uomo in generale’, conclude Gabriele.

IL FUTURO

Divisi tra compiti e manifestazioni, per i giovani attivisti non è ancora il momento di pensare al domani. Ma per tutti la speranza è continuare ad occuparsi della collettività, anche se non all’interno di un partito. Gaia sogna di fare il magistrato, ‘mi vedo a lavorare per lo stato- racconta- ma non credo che intraprenderò la carriera politica’. E come lei anche Susanna vorrebbe studiare giurisprudenza. ‘Anche se da quando la faccio occupa una grande fetta della mia vita quotidiana, la politica non sarà la mia vita, ma sicuramente continuerò a coinvolgere quante più persone possibili’. Michele, invece, ha le idee ancora confuse, ma ‘la mia priorità sarà muovermi verso il territorio, la città e le persone’. Qualunque sia il loro domani, tutti sono convinti nel voler rimanere in Italia, perché ‘abbiamo ancora la possibilità di cambiare le cose’, afferma Michele.

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22 Maggio 2019
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