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Venezuela, parla un volontario: “Qui chi aiuta rischia il carcere”

La testimonianza di 'Pedro, un piccolo imprenditore che lavora anche con alcune organizzazioni umanitarie
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ROMA – “Quando attraverso in auto il Paese per portare aiuti umanitari, devo stare molto attento: se la polizia mi ferma e scopre che trasporto cibo e medicine in quantità che supera quella per il consumo personale, rischio l’arresto e il carcere. In Venezuela fare volontariato è diventato un reato”. Così alla ‘Dire’ Pedro, nome di fantasia di un piccolo imprenditore che al lavoro quotidiano in azienda ha “dovuto affiancare il volontariato”, dice, perché “la crisi umanitaria negli ultimi mesi è peggiorata ancora, è drammatica”.

Pedro lavora in rete con alcune organizzazioni umanitarie e monitora giorno dopo giorno le difficoltà della popolazione. “Comprare da mangiare è praticamente impossibile” sottolinea: “Il salario minimo varia dai 4 ai 6 milioni di bolivar, ma per fare la spesa ne servono 100, a causa di un’inflazione che sfiora il 1.200% secondo stime del Fondo monetario internazionale”. Ma il governo di Nicolas Maduro, riconfermato al potere dal voto di domenica, nega che nel Paese sia in atto una crisi umanitaria. “Chi trasporta pacchi di viveri è accusato di contrabbando e finisce in carcere” dice l’imprenditore. “Molti sono rinchiusi da ormai 4 o 5 anni senza ancora aver mai affrontato un regolare processo. La legge non esiste più“.

Pedro consegna aiuti principalmente a centri gestiti dai religiosi: “Impossibile lavorare con quelli pubblici, troppo rischioso”. Ad attendere lui e la sua auto carica di beni di prima necessità, case di riposo, centri di assistenza per persone bisognose o orfanotrofi, dove “negli ultimi tempi- osserva l’imprenditore- i bambini stanno rapidamente aumentando: sempre più famiglie abbandonano i figli, perché non riescono a mantenerli”.

Il voto di domenica scorsa, seppur boicottato dalle opposizioni, nelle intenzioni di Maduro porterà un cambiamento decisivo nel Paese, risolvendo una volta per tutte la crisi economica che affligge il Paese dal 2013. Pedro tuttavia è scettico: “La gente sostiene che il governo abbia usato un software per manipolare i risultati. Io non ci credo, ma so che il governo ha fatto pressione direttamente sulle persone per ottenere più voti, promettendo posti di lavoro, oppure minacciando gli impiegati pubblici di perdere il proprio, o anche distribuendo piccole somme denaro ai seggi”. Ieri 14 Paesi del Gruppo di Lima hanno annunciato il ritiro del proprio ambasciatore da Caracas poiché giudicano l’esito delle urne “illegittimo”. Una decisione che non convince l’imprenditore: “Non è una soluzione, e temo ci vorranno almeno altri due anni per vedere un cambiamento a livello istituzionale”.


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