Al Sant’Anna di Pisa convegno sul ruolo delle donne nei conflitti

Mercoledì 24 febbraio alle 10.00, nel quadro del progetto sperimentale "La prospettiva di genere e la sua adozione nelle operazioni militari a 20 anni dalla risoluzione Onu 1325/2000"
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ROMA – “Donne vittime e coinvolte come agenti di violenza nei Paesi in guerra. Donne da proteggere e sostenere ma anche da valorizzare nei processi di creazione e di mantenimento della pace. Qual è il ruolo delle donne nelle situazioni di conflitto? A venti anni dalla risoluzione Onu 1325/2000 su ‘Donne, Pace e Sicurezza’, che richiede alla comunità internazionale di valutare l’impatto della guerra sulle donne e di incentivare il loro contributo nella risoluzione dei conflitti per una pace durevole, la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa in collaborazione con il Comando operativo interforze e le Forze armate apre una riflessione sulla prospettiva di genere in questo contesto. Così in un comunicato la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa.

LORETONI: “DA CORPI STRUMENTI DI GUERRA AD AGENTI DI PACE

“L’impegno della Scuola Sant’Anna di Pisa in tema di ricerca e formazione sul concetto di genere e sulle questioni ad esso collegate non poteva non riguardare la questione della presenza femminile nelle Forze Armate e il ruolo delle donne nelle situazione di conflitto e post-conflitto”. È Anna Loretoni, docente di Filosofia politica presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, a introdurre alla Dire, con queste parole, il convegno che si terrà mercoledì 24 alle 10 con il Comando Operativo Interforze dedicato alla Risoluzione ONU 1325 di cui sono ricorsi i venti anni nel dicembre 2020.

“La risoluzione segna un passaggio importante: dalle donne vittime di violenza nei conflitti armati – ricordiamo le tragedie della pulizia etnica in Bosnia, Kosovo e Rwanda – in cui i corpi delle donne sono stati utilizzati come strumenti di guerra, ad agenti attive dei processi di pace. Le donne- ha spiegato la docente- hanno capacità particolari nella prevenzione e risoluzione dei conflitti, che devono essere incorporate nei processi decisionali e nella ricostruzione post-conflitto: è questa la novità della risoluzione ONU”. Un approdo normativo, istituzionale e politico che ha riconosciuto il fondamentale ruolo delle donne in questo ambito, all’interno di un percorso che Loretoni ha definito di “femminismo istituzionale”.

“La Conferenza di Pechino del 1995 aveva parlato di ‘gendermainstreaming‘ e di ‘empowerment delle donne’ e aveva sottolineato l’urgenza di includerle in modo equo nei processi decisionali, superando la loro rappresentazione come spettatrici passive. Nel contesto europeo- ha ricordato la filosofa- si è passati attraverso l’Accordo di Amsterdam del 1997 e la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea del dicembre 2000. Dopo anni di riflessione nelle accademie e nelle università- ha concluso- diventa finalmente patrimonio delle istituzioni internazionali e sovranazionali che i diritti delle donne sono diritti umani. Un passo decisivo”.

IL CONVEGNO

Nel quadro del progetto sperimentale “La prospettiva di genere e la sua adozione nelle operazioni militari a 20 anni dalla risoluzione Onu 1325/2000”, mercoledì 24 febbraio alle 10.00, nella sede centrale della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa si tiene il convegno “Il ruolo delle donne nelle situazioni di conflitto“, prima fase di un percorso che coinvolge gli allievi della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, della Luiss di Roma e dell’Accademia Militare di Livorno. Alla conclusione del progetto- spiega la nota- le allieve e gli allievi saranno chiamati a redigere report da presentare al Ministro della Difesa, ai vertici militari del Comando operativo interforze e ai rettori delle rispettive Università. Il convegno di mercoledì 24 febbraio è aperto dai saluti di Sabina Nuti, rettrice della Scuola Superiore Sant’Anna, e di Pier Federico Bisconti, capo di Stato Maggiore del Comando operativo interforze.

GLI INTERVENTI

Seguono gli interventi di Federica Mondani, avvocato e gender advisor del Comando operativo interforze, sulla “Questione di genere nelle forze armate e nelle operazioni militari”; di Anna Loretoni, preside della classe di Scienze sociali e docente di Filosofia politica dell’Istituto Dirpolis (Diritto, Politica e Sviluppo) della Scuola Superiore Sant’Anna; di Elisa Piras, assegnista di ricerca in Filosofia politica all’Istituto Dirpolis, sulla “Risoluzione 1325 delle Nazioni Unite: aspetti teorici e dilemmi pratici”; di Nicola Bellé, ricercatore dell’Istituto di Management della Scuola Superiore Sant’Anna, su “Un esperimento di misurazione degli sterotipi di genere”.

LA RISOLUZIONE 1325 DELLE NAZIONI UNITE

“Le forze armate- spiega Anna Loretoni, in qualità di esperta di genere e sicurezza- sono sempre più sensibili a questo tema, e la risoluzione 1325, che riguarda l’impatto della guerra sulle donne e il contributo che esse possono dare nelle dinamiche delle soluzioni di conflitto, ne è una prova. La risoluzione tende in particolare a valorizzare la partecipazione attiva nei processi di pace e sicurezza e per la prima volta, dopo la Conferenza di Pechino del 1995, viene adottata una prospettiva di empowering del loro ruolo”. Osserva ancora la docente: “Da una delle più recenti indagini Istat emerge che pregiudizi e stereotipi confinano uomini e donne in determinati ruoli, in ogni situazione, incluse le operazioni di pace. Sebbene siano passati venti anni dalla Risoluzione- conclude Loretoni- notiamo ancora una diversa sollecitudine dei vari governi sul piano della sua applicazione. Per esempio, la violenza di genere e quella sessuale hanno avuto un’incidenza fuori dal comune in conflitti civili come quelli che hanno segnato il Congo e il Rwanda. Certo, molto è stato fatto, ma ancora molto c’è da fare”.

Su questo punto, interviene Elisa Piras: “Negli anni, il numero dei Paesi che hanno aderito a questa agenda è sensibilmente aumentato, ma non tutti hanno mostrato la stessa sollecitudine. L’Italia, ad esempio, sta elaborando il suo quarto piano di azione nazionale, mentre altri Paesi (tra i quali Bulgaria, Russia e India) ancora faticano a trovare il testo del primo piano. Una differenza che si vede ancora riflessa nel modo in cui le forze armate dei diversi Stati affrontano le questioni di genere nelle situazioni di conflitto anche al loro interno”. I Paesi Scandinavi-prosegue il comunicato- sono per esempio più avanti di altri rispetto all’aumento nei contingenti di donne attive in operazioni di pace, mentre Russia e Grecia sono ancora molto indietro. Tra i “dilemmi” che Anna Loretoni ed Elisa Piras provano a evidenziare in relazione all’applicazione della risoluzione Onu 1325 c’è anche quello sul suo impatto e sulla sua utilità anche per la ricostruzione che segue a conflitti nei quali i fenomeni di violenza sessuale e di genere non sono stati particolarmente rilevanti rispetto ad altre forme di violenza. Una sfida per la risoluzione 1325 è quella di produrre una svolta culturale, che permetta un diverso inquadramento del ruolo delle donne nelle situazioni di conflitto.

PIRAS: “OFFRIRE ALLE DONNE PARTECIPAZIONE, OLTRE CHE PROTEZIONE”

“Ci si è focalizzati più sulla protezione– spiega Elisa Piras- che sulla promozione della partecipazione attiva. Questo vuol dire inquadrare le donne come vittime: si aiutano le donne madri, bisognose, per esempio, di latte in polvere, ma si fa meno caso a ragazze che hanno bisogno di studiare”. Promuovere non solo la protezione ma anche la partecipazione delle donne nelle operazioni di peacebuilding significa quindi “attuare tutte quelle misure e strategie che consentono di reinserire nella vita civile anche le donne che durante un certo conflitto sono state ‘agenti di violenza’. Per esempio in Congo, osserva Elisa Piras, molte bambine e ragazze delle ultime generazioni sono state incluse nella guerriglia o in situazioni di violenza. Pensare le donne soltanto come vittime rischia di farci perdere la possibilità di aiutare queste persone direttamente coinvolte in una guerra civile e che hanno bisogno di reintegrarsi”.

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