Quel 24 settembre 2012, ed ecco Matteo. Un lampo nel buio

Auditorium di via della Conciliazione, la prima volta di Renzi a Roma come candidato alle primarie per la premiership del centrosinistra. Da quel settembre 2012 sono passati quasi cinque anni. E adesso?
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di Aldo Garzia per www.ytali.com

24 settembre 2012, Auditorium di via della Conciliazione, la prima volta di Matteo Renzi a Roma come candidato alle primarie per la premiership del centrosinistra. C’è grande attesa, soprattutto tra noi cronisti, per conoscere da vicino il giovane sindaco di Firenze che aspira alla conquista del suo partito. Il clima che prepara l’assemblea è però bizzarro. Nei Circoli del Pd di Roma ha circolato una parola d’ordine, soprattutto tra gli ex Ds: “Non andate all’Auditorium”. Pure gli ex Margherita diffidano e non si sono organizzati. Nonostante il silenzioso boicottaggio, il teatro che contiene all’incirca 1700 persone si riempie via via in ogni ordine di posti, in platea e in galleria. C’è perfino gente, in maggioranza giovani, che si assiepa nei corridoi in piedi. Il pubblico non è il solito che va alle adunate di partito.

https://ytali.com/wp-content/uploads/2017/02/matteo.pngAll’improvviso appare il camper di Renzi dove c’è la scritta “Adesso”. Con lui, Simona Bonafè (oggi parlamentare europea). l’ideologo renziano Giuliano da Empoli, Maria Elena Boschi, in quei giorni coordinatrice delle primarie renziane. Siamo a fine settembre, ma il sindaco è in maniche di camicia. Saluta la folla, sorride, si fa fotografare come un divo all’esordio cinematografico. Lo sguardo dei giornalisti cerca di indagare sulla presenza di esponenti di rilievo del Pd in sala. Ricordo di averne chiesto conto a Roberto Roscani, collega dell’Unità, portavoce di Walter Veltroni.

“Io non vedo nessuno”, dice sorridendo. Girovagando in sala, mi rendo conto che sono presenti molti anonimi funzionari in rappresentanza delle varie correnti che prendono appunti sui loro taccuini. Rivolgendomi a Roscani, non resisto alla battuta: “Non ci sono big. Ci sono però molte spie”. Riguardando il mio block notes dell’epoca, scopro che in platea non c’era neppure lo zoccolo duro della Margherita: Franceschini, Gentiloni, mi pare di ricordare che forse c’era Realacci. Di sicuro c’erano Mario Adinolfi, non ancora crociato anti Papa Bergoglio, e il deputato Sarubbi.

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Renzi sul palco ce ne ha per tutti: “Rosy Bindi? Incoerente. Veltroni e D’Alema? Dei sussurratori, degli inciuciatori. Sono imbullonati da venticinque anni alle sedie del Parlamento”. Renzi è in formato innovatore, già quasi da “rottamatore”, che lo renderà famoso. Polemizza con gli ex Ds, con gli ex Popolari, con quanti rischiano di fare del Pd “un partito tradizionale, già nato vecchio”. Gioca sull’impasse che sembra aver avvolto il partito: “Bisogna cambiare, rinnovare, rottamare. Io mi candido per portare idee nuove nel contenitore che abbiamo creato”. Platea e galleria applaudono entusiaste: è quello che volevano ascoltare fuori dai compromessi tra gruppi dirigenti e del bilancino tra ex Margherita ed ex Ds.

Le scritte “Adesso!”, “ Matteo 2012” spiccano a caratteri cubitali sul palco composte da mattoni in polistirolo a colori rosso-azzurro. Renzi parla camminando da una parte all’altra del palco. Lo stile è americano, kennediano: camicia bianca, maniche rivoltate, cravatta blu, batture, ironia e sorrisi. A un certo punto s’interrompe per la messa in onda di un primo filmato: Massimo Troisi in “Non mi resta che piangere”. Poi arrivano altri filmati, ne ricordo uno – se la memoria non mi inganna – di Crozza che fa il verso a Renzi alle prime armi come candidato outsider. Applausi e risate si alternano per una oretta. L’innovativa tecnica comunicativa – un salto mortale carpiato rispetto a Bersani, D’Alema, Veltroni – incanta la platea e conquista noi cronisti che abbiamo la netta sensazione di essere di fronte al personaggio nuovo della politica italiana. Io salutai Roscani dicendo: “Questo qui vince, li fa secchi tutti”. Lui mi fece un cenno di assenso col capo. In quelle primarie del centrosinistra Renzi si fermò al 35, 5 per cento alle spalle di Bersani col 44, 9.

Da quel settembre 2012 sono passati quasi cinque anni. Renzi diventa segretario dei Ds nel dicembre 2013 e premier nel 2014. Con la velocità della luce – dopo alcune battute d’arresto, soprattutto quella sul referendum costituzionale – oggi l’ex sindaco di Firenze deve reinventare il suo ruolo e la sua politica, pena il declino inarrestabile.

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