ROMA – La Repubblica democratica del Congo è una delle riserve più importanti a livello mondiale per i minerali critici che permettono la transizione energetica e alimentano tecnologie irrinunciabili come pc, tablet, smartphone o auto elettriche. Proprio la corsa all’accaparramento di risorse è però causa di sofferenze per le popolazioni locali. I minatori sono perlopiù impiegati senza tutele contrattuali, costretti a paghe basse a fronte di condizioni di lavoro ai limiti della sopravvivenza, e spesso coinvolgono anche i bambini. A ciò si aggiungono le “eviction”, ossia la pratica di scacciare legalmente le famiglie dalle loro case ad opera delle aziende che posseggono in concessione i territori minerari. Oltre a perdere la casa, le persone non ottengono compensazioni economiche né alloggi alternativi, finendo spesso per strada oppure ospiti di parenti che non sempre abitano nei dintorni. Oltre alla violazione dei diritti umani, ciò causa lo sfaldamento delle comunità. Con la Dire ne parla Fatima Burhan Mohamed, advocacy officer della della non profit Still I Rise, co-coordinatrice del report ‘Il prezzo del progresso’, in uscita il prossimo 17 febbraio e realizzato con l’ong locale Initiative bonne gouvernance et droits humain (Ibgdh).
LA CORSA ALLE NUOVE TECNOLOGIE HA ACCELERATO LE ‘EVICTION’
“Gli sfratti forzati sono un fenomeno che risale agli anni sessanta del secolo scorso- spiega l’esperta- tuttavia sono aumentati a partire dai primi anni duemila, contestualmente allo sviluppo delle nuove tecnologie e quindi dell’estrattivismo intensivo”. L’arrivo sul mercato di pc, portatili e altri device tecnologici incrementa la richiesta di minerali. Il Congo diventa il cuore di questo settore, arrivando a produrre oggi il 70% del cobalto e il 60% del coltan a livello globale. Le cinque miniere più grandi al mondo di cobalto si trovano a Kolwezi, nella provincia di Lualaba, nel sud del Paese. Proprio qui la non profit ha aperto la Still I Rise Academy, una scuola fatta di studenti strappati alle miniere, per ridare loro l’opportunità di un futuro. Ma quando l’organizzazione ha scoperto che la maggior parte delle famiglie degli allievi risiede su due territori in concessione a un’azienda mineraria, ha deciso di attivarsi per raccogliere informazioni sul fenomeno nonché sensibilizzare le comunità locali.
LE FAMIGLIE TENUTE ALL’OSCURO DEGLI SFRATTI, CHE AVVENGONO ALL’IMPROVVISO
Dall’indagine così condotta, come riferisce Burhan Mohamed, è risultato che su un centinaio di famiglie “64 risultano proprietarie delle loro abitazioni, tuttavia nessuna di loro è in possesso dell’atto di proprietà, mentre la maggior parte neanche sapeva di essere potenzialmente sotto ‘eviction'”. Gli sfratti, eseguiti dalla polizia locale col supporto di agenti privati a libro paga delle aziende, avvengono senza preavviso, perciò raramente le famiglie riescono ad opporsi. Il Congo è un Paese economicamente fragile e dalle strutture statali deboli e questo spinge le autorità a accordare concessioni a multinazionali minerarie che possono arrivare anche a 50 anni. Come prosegue la referente di Still I Rise, il problema è che “su questi territori spesso risiedono intere comunità”, costituite perlopiù da minatori che “guadagnano tra i 10 e i 30 dollari al giorno, mentre i costi per ottenere un atto di proprietà si aggirano tra i 700 e gli 800 dollari”. E potrebbe non bastare: “A volte bisogna anche dimostrare che non esista un’altra proprietà dove sorge la propria”. Per non parlare di chi è in affitto, lasciato ancora più vulnerabile al rischio sfratto.
Una burocrazia lenta e costosa, unita a uffici amministrativi, cancellerie e tribunali lontani fa sì che, anche volendo, le famiglie non siano nelle condizioni di ottenere l’atto di proprietà, “fondamentale per ottenere rimborsi o soluzioni alloggiative alternative” avverte Burhan Mohamad, secondo cui inoltre la bassa scolarizzazione, unita a norme poco chiare, vanno a svantaggio dei diritti dei cittadini, sebbene “negli anni siano state varate leggi che riconoscono il diritto alla compensazione, che dovrebbe essere corrisposta in parte dallo Stato e in parte dall’azienda privata”.
La società civile è infatti consapevole della drammaticità del fenomeno, e da tempo si impegna anche con attività di sensibilizzazione delle comunità. Da qui l’importanza dei workshop che Still I Rise ha organizzato “con le famiglie dei nostri studenti ma anche altri membri delle comunità in collaborazione con le ong locali”, perché la conoscenza è la prima arma per difendersi. A questo lavoro segue lo sforzo per ottenere i certificati di proprietà, “già una decina quelli ottenuti con uno sforzo enorme”, e poi la diffusione del rapporto del mese prossimo che, assicura la referente di Still I Rise, “porteremo nelle opportune sedi internazionali. Il prezzo del progresso- conclude- non lo possono pagare le persone”.
‘L’ORO BLU DEL CONGO’, L’INCONTRO A ROMA
Tutti questi temi saranno al centro di un incontro alle 19.30 di oggi presso il circolo Sparwasser, in via del Pigneto 215, dal titolo “L’Oro blu del Congo”. Interverranno Fatima Burhan Mohamad con Giulia Cicoli, cofondatrice di Still I Rise, insieme a Marina Sapia, giornalista di Rai Tg1 Speciali, autrice del servizio ‘A Mani nude’ che racconta la condizione dei minatori congolesi. Modera Alessandra Fabbretti, giornalista dell’agenzia Dire.





Aggiungi Dire.it alle tue fonti preferite su Google


