Bonaccini: “Sale parto chiuse? Il governo della Lega non s’è mosso…”

I punti nascita in montagna, tema molto sentito in regione, vennero chiusi per una norma introdotta da Berlusconi nel 2011
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BOLOGNA – Sui punti nascita in Appennino, cavallo di battaglia del centrodestra in Emilia-Romagna, anche il Governo della Lega “non ha mosso un dito”. Lo rileva il presidente regionale Stefano Bonaccini, al termine di una giornata di schermaglie sulla sanità con la sua avversaria Lucia Bogonzoni e altri esponenti del Carroccio. Nella serata di ieri Bonaccini ha voluto replicare alle critiche di Borgonzoni ma qualcuno sulla sua pagina Facebook ha sollevato il tema dei punti nascita chiusi in montagna negli ultimi anni.

Quelle sale parto “fosse stato per me non le avrei chiuse- replica Bonaccini- ma la norma (introdotta dal governo Berlusconi nel 2011) parla chiaro: sotto i 500 parti annui vanno chiuse perché non garantita sicurezza mamma e nascituri“.

Bonaccini ricorda che la Regione chiese comunque alcune deroghe al Governo ma alcune non vennero accolte, così chiusero i punti nascita in montagna.

“Dopodiché- sottolinea ancora il governatore Pd- anche il governo gialloverde non ha mosso un dito. Ho chiesto al nuovo ministro Speranza di poter riaprire discussione sui parametri nazionali e gliel’ho chiesto a nome di tutte le Regioni italiane essendone il presidente della conferenza. Mi auguro ci si possa vedere presto, se si modificano parametri siamo pronti a fare la nostra parte, persino riaprirli. Però diciamo anche un’altra cosa: in questa regione per chi deve partorire il sistema sanitario ti prende in carico prima durante e dopo. Senza alcun rischio per la mamma e bimba o bimbo”.

Bonaccini, via social, è tornato a pungere Borgonzoni, che guarda in particolare alle regioni amministrate dalla Lega. “Capisco che abbia in mente modelli dove il privato sostituirebbe gran parte dei servizi sanitari pubblici- scrive Bonaccini- capisco che si debba sempre migliorare e correggere errori e difetti presenti anche qui da noi. Curioso che non sappia che il governo di cui faceva parte indicò proprio l’Emilia-Romagna quale regione benchmark, cioè riferimento per le altre regioni italiane nella sanità pubblica. Ma non ci sta proprio che indichi nella sanità pubblica emiliano-romagnola il primo problema di questa regione: suona come una offesa agli oltre 60.000 capaci professionisti e operatori sanitari che quotidianamente si danno da fare per far funzionare il sistema sanitario regionale”.

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21 Novembre 2019
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