In Nepal dieci anni di pace, ma le donne chiedono giustizia

A parlare con la DIRE è Muna Basnyat, rappresentante in Nepal di Centro cooperazione sviluppo (Ccs), ong in prima fila nell'"empowerment" femminile.
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donne_nepalROMA  – “Le denunce presentate da donne vittime di violenza sono migliaia ma a dieci anni dalla firma della pace non sono cominciati né i processi né i risarcimenti“: a parlare con la DIRE è Muna Basnyat, rappresentante in Nepal di Centro cooperazione sviluppo (Ccs), ong in prima fila nell'”empowerment” femminile.

“In sette distretti del Paese offriamo consulenze e supporto legale e psicologico alle donne che in diversi modi hanno subito le conseguenze del conflitto” spiega Basnyat di un progetto finanziato dall’Unione Europea: “Le aiuteremo ad avere risarcimenti e a far riconoscere pubblicamente quanto hanno subito”.

L’occasione dell’intervista è il decimo anniversario dell’accordo di pace, siglato dai ribelli maoisti e dal governo del re Gyanendra il 21 novembre 2006. Presso la Commissione per la pace e la riconciliazione e la Commissione per le indagini sulle persone vittime di sparizioni forzate, organismi istituiti nel 2015 per favorire il superamento dei traumi del conflitto, sono state presentate oltre 57 mila denunce. Tutte riguardano il periodo compreso tra il 1995 e il 2006, date d’inizio e conclusione di un conflitto che ha provocato almeno 16 mila morti e oltre 1300 scomparsi. Le prospettive di ottenere giustizia, però, sono incerte e potrebbero essere condizionate dagli sviluppi politici. In Nepal ad agosto è tornato alla guida del governo Pushpa Kamal Dahal, detto “Prachanda”, capo storico dei guerriglieri maoisti, ora alla guida un esecutivo di coalizione con gli ex nemici del conflitto civile. La sua tesi è che l’accordo di pace sia un modello, poco noto a livello mondiale solo perché il Nepal resta ai margini anche da un punto di vista dell’informazione. “L’applicazione dell’intesa è stata pacifica” concorda Basnyat, rispondendo all’ultima domanda. Ma poi aggiunge: “Le richieste di giustizia devono essere ascoltate”.

di Vincenzo Giardina, giornalista

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