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Fondi, alleanze e Superlega: così l’Uefa divora la Fifa

aleksander ceferin
Sono in atto grandi manovre politico-economico-finanziare che potrebbero rivoluzionare il calcio mondiale. Fifa contro Uefa, Infantino contro Ceferin: il mondo del pallone è in grande movimento
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ROMA – Il 20 dicembre è una data un po’ farlocca. Più di 200 federazioni da tutto il mondo si riuniranno in vertice plenario per sancire una pace armata tra Uefa e Fifa o lo scisma definitivo. Nelle apparenze quel giorno s’innescherà – o no – la rivoluzione del calcio mondiale. E invece c’è un’altra data, e un luogo minuscolo ma strategicamente enorme, in cui potrebbe aprirsi la crepa d’una voragine che davvero muterebbe gli equilibri dello sport più ricco del pianeta. Il verdetto della Corte di Giustizia europea sulla liceità della Superlega, e sul monopolio esercitato sul calcio continentale dalla Uefa, s’aggira sull’Europa come il fatidico spettro.

La miccia è in Lussemburgo. Da quella sentenza scatteranno come tante trappole le grandi manovre politico-economico-finanziarie che – a vari livelli – si stanno dipanando da settimane. Un intrigo complicatissimo d’arti diplomatiche, interessi dei Fondi d’investimento, leve geo-politiche. Per quanto paradossale possa sembrare, la Corte di Giustizia europea è un’isola inattaccabile, impermeabile o quasi allo spiegamento di forze di lobbing al lavoro. Il suo orientamento è quasi impossibile da decifrare, almeno non prima del parere dell’avvocato generale. Quello, benché non vincolante, è il prodromo della decisione finale della Corte. In questo caso si tratta di un giudizio che potrebbe indirizzare il sistema calcio per i prossimi decenni.

Le opposte fazioni sono ormai palesi. Dietro la Superlega c’era il supporto più o meno esecutivo della Fifa. Un segreto di pulcinella “sgamato” da Florentino Perez (boss del Real Madrid e principale esecutore materiale del golpe separatista) già all’indomani del fallimento rovinoso del progetto. Il torneo “chiuso” autoprodotto dai top club europei doveva servire, nelle intenzioni di Infantino, a minare lo strapotere economico della Uefa di Ceferin, che negli ultimi quattro anni ha incassato quasi il doppio della Fifa: 11 miliardi contro 6. Fa ancora un po’ tenerezza la titubanza con cui Infantino fu costretto a condannare quel tentativo pasticciato di rivoluzione, pur di non rivelarsi nella sua veste di mandante.

Un ruolo cruciale sulla scacchiera geopolitica lo giocano i club inglesi, un potentissimo ago della bilancia. In sei aderirono alla Superlega per poi dissociarsene. Sono persino rientrati nell’Eca nel frattempo, lasciando Real, Barcellona e Juventus a tenere il moccolo del principio. Il lavoro di Ceferin, affilato e implacabile, ha dato i suoi frutti, e modellato un ‘pattern’ d’azione: minare la concorrenza alle basi, svuotarne la tattica togliendole l’ossigeno da bruciare. E così l’Uefa ha dapprima riportato sulla retta via – la sua – i top club inglesi, senza i quali l’appeal della Superlega sarebbe stato nullo per i private equity pronti a investire. E poi allo stesso modo ha minacciato il boicottaggio del Mondiale biennale.

L’idea è sempre la stessa: quanto vale una Coppa del Mondo senza Italia, Francia, Germania, Spagna e Inghilterra? Un “catenaccio” politico che ha costretto Infantino alle corde. Ma Ceferin non se l’è fatto bastare e ha rilanciato: ha stretto un’alleanza con la Conmebol prendendo persino un ufficio condiviso a Londra, ed ha aggirato il Governo del calcio mondiale mettendo in cantiere una Nations League internazionale, con otto squadre (quattro europee e quattro sudamericane) a giocarsi questa sorta di Mondiale alternativo in fase embrionale.

Contemporaneamente più di una dozzina di Federazioni europee ha informalmente avviato le pratiche per abbandonare la Fifa. Una forzatura inedita e dannatamente efficace. Infantino, traballante, ha trasformato il congresso di dicembre in un meeting consultivo. E s’è lasciando andare ad ipotesi sempre più farsesche per trovare una sintesi disperata: spacchettare il Mondiale in due edizioni biennali, alternando le squadre in gioco.

L’Uefa, insomma, ha colto l’attacco della Superlega come un’occasione per andare all-in. Messi in gioco il suo futuro e la sua credibilità, è scattata in contropiede. Ormai non si contano più le notizie quotidiane che lascia trapelare: se le unisci come i puntini dell’enigmistica disegnano una trama brillante per prendersi tutto. Come ha più volte scritto la Sueddeutsche Zeitung (che sulle cose della Fifa è sempre molto informata e critica), il Mondiale ogni due anni serve ora a Infantino per trattare una sorta di resa condizionata: la Fifa potrebbe lasciar perdere il suo controverso progetto in cambio della rinuncia di Ceferin a silurare il Mondiale per club annuale con 12 delle migliori squadre europee, vero obbiettivo fin dall’inizio.

Sullo sfondo si muovono i veri “pupari” della rivoluzione del calcio mondiale: i grandi fondi di private equity. Il New York Times ha più volte evidenziato il “new deal” che la finanza internazionale sta operando penetrando nell’economia delle leghe e dei singoli club. E il Financial Times ha sancito l’irrimediabile dipendenza delle società dalla liquidità garantita (a interessi calmierati) dai fondi. In questo momento banche ed altre istituzioni finanziarie si stanno giocando un posto al tavolo del fondo pandemico che l’Uefa sta creando per “coccolare” i club più ricchi. Investimenti che verrebbero ripagati dalla vendita dei diritti tv.

La Uefa è consapevole che la Superlega non è definitivamente sepolta, e che anzi sobbolle sotto le sue stesse ceneri. Come sa che i fondi hanno tutto l’interesse a investire oggi su un asset al momento iper-svalutato. Perché se il quadro politico-strategico dovesse cambiare, in seguito al pronunciamento della Corte di Giustizia europea, l’affare potrebbe rivelarsi considerevole. E tutto sarebbe ribaltato. Il flusso dei soldi prenderebbe corrente avversa. Per quanto una lettura superficiale dei singoli annunci la faccia passare per una tenzone di principio sul Mondiale ogni due o quattro anni, la posta in palio è invece il futuro del calcio europeo, e dei relativi flussi finanziari. Il pallone che rotola non c’entra quasi più niente.

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