‘Rwanda’, una graphic novel sul genocidio per non dimenticare

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Parlano le autrici de 'I giorni dell'oblio', tra i libri protagonisti della quarta edizione tutta in digitale di 'Feminism. Fiera dell'editoria delle donne' dove sarà presentato domenica 23 maggio
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ROMA – Viene ricordato come il ‘genocidio dimenticato‘, quello consumato sulla pelle di centinaia di migliaia di tutsi in Rwanda nei terribili 104 giorni che dal 6 aprile al 4 luglio 1994 cambiarono per sempre la storia del piccolo Paese dell’Africa centro-orientale. ‘Dimenticato da chi?’, si chiede Daniele Scaglione (autore di ‘Rwanda. Istruzioni per un genocidio‘, ndr) nella prefazione di ‘Rwanda. I giorni dell’oblio‘, graphic novel scritta e disegnata da Martina Di Pirro e Francesca Ferrara – colorazione di Stefano Orsetti – uscita per Round Robin a inizio maggio, tra i libri protagonisti della quarta edizione tutta in digitale di ‘Feminism. Fiera dell’editoria delle donne‘ dove sarà presentato domenica 23 maggio alle ore 18.

“In Italia e in Europa se ne parla ancora troppo poco, perché c’è stata una forte responsabilità delle potenze europee e internazionali, specie della Francia”, risponde all’agenzia di stampa Dire Martina Di Pirro, autrice e giornalista di testate nazionali e internazionali, con all’attivo diversi reportage all’estero e un premio per il giornalismo investigativo e sociale della ong Mani Tese e Aics.

“Sono stata in Rwanda a cavallo tra 2018 e 2019 e mi sono resa conto che sul genocidio lì ci sono molte informazioni, mentre qui sembra che sia un episodio marginale della storia– racconta- La graphic novel è stata un’urgenza che ho sentito quando sono tornata: ho pubblicato vari articoli su testate nazionali e internazionali, ma mi mancava la chiave per parlarne ai ragazzi”. Proprio loro, i ragazzi, sono infatti i principali destinatari del fumetto, “che vorremmo far arrivare nelle scuole”, fa sapere Di Pirro, convinta che sia giunto il tempo di “inserire questo evento nei programmi scolastici”.


Da qui l’incontro con Francesca Ferrara, di cui “avevo visto un disegno di uno splendido volto africano ed è stato da subito amore artistico”, racconta Martina. “Il fumetto riesce ad arrivare in maniera più diretta attraverso le immagini, che possono in qualche modo restituire una dimensione con un solo colpo d’occhio”, spiega all’agenzia Dire Ferrara, sceneggiatrice e disegnatrice attiva anche in ambito cinematografico, illustratrice dell’inchiesta ‘Di mano in mano’ di Martina Di Pirro e Maged Srour, vincitrice del premio Mani Tese 2020.

“Mi viene in mente uno dei flashback del fumetto, in cui si vede la camera da letto del soldato francese prima che parta- aggiunge- In un paio di scene ci sono i poster degli U2 e di Bob Dylan, che lasciano intendere il background di un occidentale convinto di andare a fare una missione di pace. In un romanzo avremmo dovuto descriverlo in maniera lunga, qui sono bastate un paio di vignette per avvicinare il personaggio al lettore”.

Quel personaggio è Jean, che assieme all’altra protagonista del fumetto, Marie, accompagna il lettore nella ricostruzione dei terribili giorni del genocidio. “La storia è inventata, ma i fatti che l’hanno prodotta sono veri- sottolinea Di Pirro- Il soldato rappresenta il ruolo della Francia, Marie tutte le vittime”.

“Io non sono mai stata in Rwanda. Per disegnare il soldato mi sono ispirata al volto dell’attore Woody Harrelson– racconta la disegnatrice- Per il resto Martina è stata letteralmente i miei occhi, il suo racconto emozionale è stato così preciso che disegnare è stato semplice”.

È nei ricordi dei protagonisti, filtrati dallo sguardo sul Rwanda di Di Pirro, che si svolgono le 72 tavole della graphic novel. “Ci serviva una prospettiva da cui partire e non poteva essere quella africana, perché è difficile identificarsi nelle vittime se non lo si è stati- racconta la giornalista- Abbiamo pensato che la cosa più intelligente fosse parlare di responsabilità e di memoria. Quindi abbiamo deciso di partire da questo soldato che aveva partecipato nel ’94 alla terribile Operazione turchese delle forze armate francesi (intrapresa sotto l’egida dell’Onu, ndr) pensando di partire per un’operazione di pace, che invece si trova a vedere il suo Paese fornire armi e sostegni economici alle forze genocidiarie. Questo soldato incontra in un caffè parigino Marie, una donna tutsi salvata da lui. Attraverso i loro occhi e racconti siamo riuscite a ripercorrere quei giorni terribili”.

E a sfatare alcune false convinzioni: “La prima è che sia stata una guerra interetnica, una faida tra tribù locali: non è così, è stato un genocidio dei tutsi– afferma Di Pirro- La seconda è che sia stato un genocidio consumato a colpi di machete: la Cina, la Francia e altre potenze occidentali hanno fornito armi a queste forze e le hanno addestrate“.

Ma come si racconta un genocidio in un fumetto? “Ho lavorato per due anni con le immagini dei luoghi di quel tempo- racconta Ferrara- Inevitabilmente, anche facendo solo una ricerca su Google, uscivano fuori foto di persone straziate. Non era quello che volevamo imprimere nella mente del lettore. A noi interessava di più un ritratto dei meccanismi con cui si è arrivati al genocidio, in modo che ognuno possa riconoscerli e se possibile evitarli”.

E in questa direzione vanno anche gli approfondimenti che arricchiscono la graphic novel nella seconda parte del libro: “C’è un’intervista alla giornalista Rai Tiziana Ferrario, che spiega cosa vuol dire essere una reporter di guerra in un luogo come il Rwanda- sottolinea Di Pirro- Poi c’è un intervento sul Rwanda di oggi del data journalist Jacopo Ottaviani, che aiuta a capire come da una lacerazione così il Paese si sia ripreso. Abbiamo provato ad affrontare questo tema con tanta umiltà, consapevoli di non sapere abbastanza e che avevamo bisogno di altri colleghi che hanno studiato l’argomento”. “Per noi la cosa fondamentale era cercare di dare una memoria dell’accaduto– chiarisce la disegnatrice- Abbiamo cercato di dare una lettura da persone occidentali e abbiamo calcato la mano sul fatto che questo genocidio si poteva evitare. Dopo l’Olocausto si era detto ‘Mai più’, ed è successo di nuovo. Per questo è importante tenere una luce accesa”.

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