Il premio Nobel Yunus: “Gli imprenditori sociali salveranno il Centrafrica”

"Abbiamo creato una macchina che si prende tutta la ricchezza e la distribuisce solo in alto, con il 99 per cento delle persone che dispongono appena dell'un per cento della ricchezza".
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ROMA – “Vogliamo trasformare giovani disoccupati in imprenditori, che non se ne stanno certo ad aspettare l’apertura di una fabbrica ma si prendono la vita nelle mani, con il social business, l’impresa sociale”: così Muhammad Yunus, economista bengalese premio Nobel per la pace, in un’intervista rilasciata oggi all’agenzia ‘Dire’.
Il colloquio comincia da un progetto di sviluppo nella Repubblica Centrafricana, sostenuto dalla Fondazione Yunus insieme con la Fao, la Cooperazione italiana, le autorità locali e l’ong Coopi.

“Questa è un’iniziativa specifica ma è importante vedere come va” sottolinea il premio Nobel in riferimento al programma, nel palmeto della missione di Mont Carmel, alle porte di Bangui. “Stiamo trasformando giovani disoccupati in imprenditori in modo che non debbano più aspettare un posto di lavoro che cada dall’alto o magari società che aprono fabbriche”.

L’impegno, a Bangui e non solo, con la Fondazione Yunus e grazie all’alleanza tra la Fao e i premi Nobel per la pace nata nel 2016, è “creare esempi che possano incoraggiare molti più giovani a perseguire un percorso del genere”.

Secondo Yunus, “bisogna creare un sistema finanziario perché le comunità vulnerabili possano intraprendere una strada nuova e per dimostrare che esiste un altro modo per prendersi cura di se stessi con successo”.

Nella Repubblica Centrafricana, un Paese dove il conflitto deflagrato tra il 2012 e il 2013 ha costretto oltre un milione di persone a lasciare le proprie case, il progetto del Mont Carmel raggiunge 500 beneficiari diretti. L’impegno è declinato anzitutto in corsi di formazione, in ambiti vari, dall’avicoltura all’allevamento delle mucche, dall’orticoltura alle produzioni legate all’olio di palmisto. La prospettiva è sempre l’autosufficienza, sottolinea Yunus. E si spiegherebbero così le sinergie tra la Fondazione e le università locali, a Bangui e altrove, in Africa o America Latina.

“Abbiamo cominciato a lavorare in Colombia, su invito del presidente della Repubblica, per vedere in che modo contribuire al processo di pace” spiega il premio Nobel. “Anche a Bogotà abbiamo creato uno Yunus Social Business Center, nella prospettiva di impedire che i ragazzi che hanno deposto le armi finiscano per riprenderle a causa dell’assenza di prospettive”.

Dalla Repubblica Centrafricana, insomma, al resto del mondo. Una tesi che, nell’intervista, diventa appello. “I giovani devono cominciare a pensare di creare un business senza restare in attesa di un posto di lavoro” insiste Yunus. Convinto che il progetto di Bangui, sotto il segno dell’inclusione, possa diventare un esempio da replicare in altri Paesi.

“La parola chiave è autosufficienza” dice il premio Nobel: “La bellezza del social business è che, a differenza dei programmi di beneficenza, non dipende da donatori e copre tutti i costi”.

Yunus: “Il 99% delle persone ha l’1% della ricchezza, sistema è bomba a orologeria”

ROMA – “Il sistema è disegnato in modo tale che più hai più ottieni, mentre se non hai niente non ottieni niente; il problema è che domani e dopodomani andrà peggio. È una bomba a orologeria: se non la disinneschi esploderà”. Così oggi Muhammad Yunus, premio Nobel per la pace nel 2006, nel corso di una conferenza alla Fao.

Secondo Yunus, economista, originario del Bangladesh, noto per la teoria e la pratica dei microcrediti con finalità sociali, “la radice dei problemi è dentro il modo in cui pensiamo e lavoriamo”.

La sua è stata un’analisi delle dinamiche internazionali. “La ricchezza nel mondo è concentrata in poche mani e il numero di chi ne beneficia si riduce sempre di più” ha denunciato Yunus. “Abbiamo creato una macchina che si prende tutta la ricchezza e la distribuisce solo in alto, con il 99 per cento delle persone che dispongono appena dell’un per cento della ricchezza”.

Il premio Nobel, animatore di un’alleanza con la Fao sottoscritta nel 2016, ha poi parlato di “bomba a orologeria”. Secondo Yunus, “alcune indicazioni ci sono già state, con proteste popolari di base”. Tra le citazioni i “gilet gialli” in Francia e, “in parte”, la Brexit.

“In Gran Bretagna – ha detto Yunus – alcuni si sono chiesti: ‘Non abbiamo lavoro per noi, proteggiamo i nostri posti di lavoro e chiudiamo le frontiere andandocene via dalla Ue”. Secondo il premio Nobel, questa è la prospettiva “dei muri”, una prospettiva “sbagliata” che muove da un assunto errato.

“Il sistema si fonda sul presupposto falso che le persone siano guidate sempre dall’egoismo, mentre gli esseri umani sono sia egoisti che altruisti” ha detto Yunus.

Convinto che, sulla base di questo assunto, sia necessario muoversi lungo una doppia direttrice. “Ci sono due tipi di business” ha detto il premio Nobel: “Quello che serve a realizzare profitti e quello che invece risolve i problemi degli altri”.

Secondo Yunus, oggi questa consapevolezza si sta facendo strada in molti Paesi, che stanno “prendendo in esame” e promuovendo attivita’ imprenditoriali con ricadute positive sul piano sociale e dell’inclusione.

La conferenza alla Fao e’ intitolata ‘Ricostruire la speranza’. In evidenza l’esperienza dell’alleanza nata nel 2016 tra l’Organizzazione dell’Onu per l’agricoltura e l’alimentazione e i premi Nobel per la pace.

Yunus e’ il fondatore di Grameen Bank, istituto nato nel 1976 con la missione di fornire microcrediti, ovvero piccoli prestiti destinati a quanti non hanno garanzie da offrire ai circuiti bancari tradizionali.

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21 Maggio 2019
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