Siria, in Germania al via il processo sulle torture nelle carceri di Assad

I giudici tedeschi hanno accolto le accuse di "torture e crimini contro l'umanita'" presentate dalla procura
Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on email
Share on print

ROMA – Giovedi’ a Coblenza, in Germania, si apre un processo inedito: sul banco degli imputati il governo siriano, e in particolare due responsabili dei servizi di intelligence, accusati di torture su 4.000 persone avvenute all’interno di Al-Khatib, il carcere di Damasco. A darne notizia, The Syria Campaign (Stc), associazione composta dalle famiglie delle vittime di torture, uccisioni e sparizioni forzate nel corso della guerra in Siria.

Stando a quanto riporta Stc, e che trova conferma anche in una nota pubblicata sul sito web del Tribunale regionale superiore di Coblenza, i giudici hanno accolto le accuse di “torture e crimini contro l’umanita’” presentate dalla procura.

Gli imputati, Anwar Raslan e Eyad Al-Gharib, sono stati arrestati dalle autorita’ tedesche a febbraio, in quanto entrati nel Paese tra il 2014 e il 2018.

Il 57enne Raslan e’ sospettato di aver torturato 4.000 detenuti tra il 29 aprile 2011 e il 7 settembre 2012. “Per tutto il periodo della detenzione – si legge sul sito del tribunale – i prigionieri hanno subito brutali violenze tra cui percosse, calci e scosse elettriche”. Raslan e’ inoltre accusato di aver permesso “58 omicidi” nonche’ “stupri e gravi violenze sessuali” a danno dei detenuti. Tali reati si sarebbero svolti “nell’ambito di un vasto e sistematico attacco alla popolazione civile“.

Quanto ad Al-Gharib, avrebbe a sua volta commesso crimini contro l’umanita’ tra “l’1 settembre e il 31 ottobre del 2011” e sarebbe responsabile delle torture e delle violenze sessuali subite da almeno 30 persone, arrestate “in seguito a una manifestazione”.

Stando all’accusa “il brutale abuso fisico e psicologico e’ servito a ottenere con la forza confessioni e informazioni da parte del movimento di opposizione” in Siria, sviluppatosi dopo le porteste iniziate nel marzo di quello stesso anno, e da cui avra’ origine la guerra civile.

Almeno 58 persone sono morte a causa dei maltrattamenti subiti in quel periodo” denuncia la procura tedesca, riferendo ancora: “Oltre agli abusi citati nelle prigioni si viveva anche condizioni disumane e degradanti. Ad esempio, ai detenuti venivano negate le cure mediche e l’igiene personale, non c’era abbastanza da mangiare, il cibo era spesso immangiabile e le celle cosi’ sovraffollate che sedersi o sdraiarsi spesso non era possibile. I prigionieri sarebbero stati costretti a dormire in piedi”.

Al processo di giovedi’ testimonieranno siriani residenti in Germania, sopravvissuti alle torture, che hanno sporto querela. Per le famiglie di The Syria Campaign rappresentera’ “un momento fondamentale per la giustizia”.

Alcuni dei querelanti saranno assistiti da Anwar Al-Bunni, avvocato e difensore dei diritti umani, direttore del Centro studi siriano per gli affari legali (Syrian Center for Legal Studies), con sede a Barlino. Lui stesso e’ stato detenuto ad Al-Kathib dal 2006 al 2011. Giunto a Berlino, ha iniziato a prendere contatti con gli attivisti siriani e cosi’ ha scoperto che la polizia tedesca indagava su Raslan dal 2016. Col tempo, come ha raccontato alla stampa internazionale, Al-Bunni e’ riuscito a convincere alcune vittime delle carceri a denunciare gli abusi subiti.

“Questo processo – ha detto l’avvocato – manda un messaggio molto importante al regime di Assad: che non avra’ mai l’impunita’, quindi di pensare bene a quello che fa”.

Il governo del presidente Bashar Al-Assad, le forze di sicurezza e i servizi di intelligence sono accusati da diverse associazioni siriane e internazionali di aver commesso arresti arbitrari, torture, uccisioni e sparizioni forzate su migliaia di civili a partire dalla rivoluzione del 2011.

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on email
Share on print

Leggi anche:

21 Aprile 2020
Le notizie del sito Dire sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte «Agenzia DIRE» e l'indirizzo «www.dire.it»