Due modelli per il sorriso della Gioconda

Studi recenti gettano nuova luce sul capolavoro del maestro
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ROMA – È il sorriso più enigmatico e famoso della storia dell’arte e non smette mai di ispirare sempre nuove domande: è il sorriso della Gioconda di Leonardo Da Vinci, meglio conosciuta come Monnalisa. L’ultima notizia in ordine di tempo riguarderebbe l’identità del soggetto dipinto da Leonardo. Secondo il ricercatore Silvano Vinceti – presidente del Comitato Nazionale per la Valorizzazione dei Beni Storici, Culturali e Ambientali – il pittore si sarebbe fatto ispirare da ben due modelli per la realizzazione del celebre ritratto. Il primo modello fu sicuramente Lisa Gherardini, moglie del mercante fiorentino Francesco del Giocondo. Successivamente però, tra 1507-1508, per una seconda e terza stesura, il genio fiorentino si sarebbe avvalso anche di un modello maschile: Gian Giacomo Caprotti detto il Salai, allievo prediletto di Leonardo.
gioconda
Vinceti, coordinatore della ricerca, ha potuto individuare con la sua équipe nome e cognome dei due modelli grazie al sapiente utilizzo delle fonti storiche e dei risultati delle moderne tecnologie indagative a disposizione. Lo studio, infatti, rispetto ai precedenti, si è basato sulla tecnica dei raggi infrarossi e su Photoshop e ha portato, a detta del ricercatore, a un risultato poggiante su fondamenti solide ed oggettive. “Il nostro comitato – sottolinea Vinceti – scoprì nel 2010 le lettere S ed L dentro gli occhi della Gioconda e il 72 sotto una delle arcate del ponte nel dipinto. La S rinvia al Salaì, la L rinvia a Lisa Gherardini e allo stesso Leonardo. Nella interpretazione del 72, secondo la tradizione cabalistica che il genio toscano conosceva bene, emerge anche la lettura androgena della Gioconda. Non stupisce che si sia avvalso di una donna e poi di un uomo nella sua avventura pittorica della Gioconda”.
In ogni caso, Leonardo si avvalse di Gian Giacomo Caprotti anche per altri suoi dipinti. Tra quelli individuati nella ricerca: l’Angelo Incarnato, il Sant’Anna, e nel San Giovanni Battista. Anche in questo caso vi sono solo documenti storici indiretti a disposizione ma, anche in questi casi, grazie all’applicazione del Photoshop avanzato è stato possibile fare questa scoperta.

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