Gli ex renziani affondano il sindaco d’Italia, ma i dem non escludono il voto

Il Pd si compatta: "O salvare l'esecutivo Conte, oppure tornare alle urne"
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ROMA – La risposta piu’ esplicita alla proposta di Matteo Renzi del sindaco d’Italia, e al governo istituzionale che dovrebbe realizzarla, il Pd l’ha data con il comunicato firmato da Nicola Zingaretti sulla segreteria e sull’esecutivo. Si trattera’ di due organismi unitari. In questo caso e’ l’aggettivo che conta e che puo’ essere tradotto in una sintesi feroce: Base riformista non seguira’ le sirene renziane. Il Pd lavorera’ per salvare il governo Conte e se non ci riuscisse il ricorso alle urne – persino nelle prime due settimane di settembre – e’ un’ipotesi realistica. In vista dell’assemblea di sabato, tra i Dem si e’ tenuta in queste ore una discussione sotto traccia sul governo, sul congresso e sul voto. Anche, in prospettiva, riferiscono fonti parlamentari, sulla fisionomia delle prossime liste elettorali. E paradossalmente con l’appello pronunciato a Porta a Porta, Matteo Renzi ha finito per saldare le differenti anime anche oltre le posizioni di partenza. Prova ne e’ la cronologia di giornata. Ieri mattina il capogruppo dei senatori Andrea Marcucci pur respingendo l’idea del sindaco d’Italia, offriva una residua sponda a Renzi rifiutando l’ipotesi di un governo Conte senza Italia Viva, il Conte ter, e quindi l’idea stessa di imbarcare i cosidddetti Responsabili.

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Poche ore dopo, un post del capogruppo Pd in commissione affari costituzionali del Senato, segna una cesura netta tra i renziani di oggi e gli ex che sono rimasti nel Pd, uniti in Base riformista. Significativamente intitolato ‘coerenza’, il post di Dario Parrini ricorda che “l’elezione diretta del Presidente del Consiglio non ha mai fatto parte dei programmi” del Pd. “Non ce n’è traccia nel programma elettorale del Pd del 2013 o del 2018. Non ce n’è traccia nelle mozioni Renzi ai congressi del 2013 e del 2017, né nei 100 punti della Leopolda del 2011. Non ce n’è traccia in nessuna delle versioni (iniziale, intermedia, finale) del disegno di legge contenente la Riforma Costituzionale che disgraziatamente venne bocciata nel referendum del 4 dicembre 2016”.

Un richiamo che sebbene affidato ai social network, ha proprio in Renzi il principale interlocutore. Parrini ricorda che il sindaco d’Italia e’ uno strappo anche rispetto alle idee originarie del renzismo. Il ‘no’ di Base riformista e’ pesante e puo’ far naufragare in partenza la proposta renziana piu’ ancora di quanto possano le liquidatorie parole di Giuseppe Conte (‘dichiarazioni estemporanee’) o quelle di Zingaretti. In giornata, infatti, Renzi ha sondato informalmente ambienti del centrodestra. E qualcuno tra i suoi ha anche provato a mettere insieme i numeri di un’ipotetica maggioranza. Ma ha dovuto fermarsi di fronte all’accordo unitario raggiunto da Zingaretti sulla segreteria, sul congresso e sul governo. Senza l’apertura di un fronte nel Pd, e senza il sostegno dei M5s, il ‘governo istituzionale’ non e’ neppure pensabile. Si e’ trattato di un passaggio decisivo in vista del confronto della prossima settimana tra Renzi e il premier. Conte e’ ora in grado di mettere Renzi alle strette sul passaggio in Parlamento dell’Agenda 2023. Questo lo scenario plausibile. Dopo le comunicazioni del premier, la maggioranza stilera’ una mozione. Prima ancora di decidere se votarla, Italia viva dovra’ scegliere se sottoscriverla o meno. Se mancassero i voti, le urne non sarebbero piu’ cosi’ lontane.

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21 Febbraio 2020
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