VIDEO | Dispersi dalla Shoah, si rincontrano a Trieste intorno alle pietre d’inciampo dei loro cari

Questa è la storia di una famiglia di quasi 40 persone, i Goldschmied di Trieste, che non sapevano neanche di essere parenti: si sono ritrovati intorno alle pietre d'inciampo per i loro cari
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TRIESTE – Una famiglia allargata di circa quaranta persone, che fino a ieri non sapevano di essere tra loro parenti. È la storia dei Goldschmied di Trieste, raccoltasi oggi in via Santa Caterina per la posa delle pietre d’inciampo che la Comunità ebraica del capoluogo giuliano ha dedicato ad Ada, Livio, Giuseppe, Samuele, Paola e Stefy, deportati e uccisi nel 1944 ad Auschwitz.

 

L’idea di raccogliere i parenti è partita dalla Diana Goldschmied, triestina, figlia di Livio, ingegnere della Olivetti, che si era riparato con la madre Ada in una casa nei boschi controllata dai partigiani, poi scoperti dai fascisti e deportati. Diana, che dal dopoguerra vive tra Piemonte e Liguria, ha pagato il biglietto aereo ai lontani parenti, sparsi per il mondo.

“La dispersione delle famiglie era una delle conseguenze della Shoah”, spiega. Ma Trieste è stato anche il primo incontro con un ramo della famiglia Goldschmied di cui si erano perse le tracce. “Nell’Ottocento- racconta Diana-, tre fratelli arrivarono dall’Ungheria a Trieste. Ma uno rimase a Budapest”.

Fa parte di questo ramo Jessica Cressi, studentessa di Parigi di famiglia italiana, che dopo la morte della nonna ungherese, due anni fa, ha scoperto che la stessa fu salvata dalla deportazione da parte del noto Giorgio Perlasca, l’italiano che, fingendosi console spagnolo salvò dalla deportazione nazista oltre cinquemila ebrei ungheresi. Proprio la Fondazione “Giorgio Perlasca” di Padova, spiega Jessica, ha fornito i documenti che le hanno permesso di scoprire a Trieste il resto della famiglia Goldschmied. “E da lì ho cercato su Facebook- confessa la studentessa-. In realtà io detesto i social, ma è grazie a Facebook se ho scoperto di avere un legame con l’Italia vero, che non è solo legato col lavoro”.

Una giornata di commemorazione di chi è stato ucciso, ma anche di gioia per aver visto quanta vita invece è rimasta dopo di loro, questa è la gioia di Diana. “Li abbiamo riportati tra di noi, a casa loro, ne abbiamo mantenuto la memoria, ma abbiamo chiuso”, spiega la signora. E conclude: “Abbiamo ritrovato questa famiglia vastissima, e una quantità incredibile di bambini: una roba fantastica!”.

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21 Gennaio 2020
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