L’attivista congolese: “Franco Cfa alibi per giustificare i migranti morti in mare”

ROMA - Il sistema delle destre "vuole che si trovi un capro espiatorio" per evitare di rispondere sulla questione dei
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ROMA – Il sistema delle destre “vuole che si trovi un capro espiatorio” per evitare di rispondere sulla questione dei migranti che fuggono dalla Libia: “Bisogna salvare chi riesce a scappare da quell’inferno oppure lasciarlo morire o rimandarlo al boia, come stiamo facendo?”.

È il senso delle parole dell’attivista congolese John Mpaliza, che vive in Italia da oltre 25 anni e oggi commenta su Facebook le posizioni espresse da Luigi Di Maio, Alessandro Di Battista e Giorgia Meloni riguardo la necessità, per i Paesi dell’Africa occidentale, di uscire dalla moneta di derivazione coloniale.

“Di Maio, Di Battista, Meloni… Tutti insieme e di comune accordo contro la Francia ed il franco Cfa per giustificare il diritto a lasciare morire i migranti nel mare- scrive Mpaliza- Spero davvero che i movimenti panafricanisti che, da alcuni anni, stanno lottando contro il franco Cfa e la FranceAfrique, non trovino nel M5S e nel partito della Meloni degli interlocutori o alleati”.

“Queste persone – prosegue Mpaliza riferendosi ai dirigenti Cinque Stelle e alla Meloni – spostano la questione sulla Francia ed il franco CFA, dimenticandosi ad esempio della distruzione, ancora in atto, dell’Italia e #Eni nel Delta del Niger, in Nigeria”.

In risposta “al dramma dei migranti- aggiunge Mpaliza- ragioniamo sulle cause vere (conflitti, siccità, effetto serra o cambiamenti climatici, non ridistribuzione della ricchezza, economia del più ricco e più forte, fabbricazione e vendita di armi, epidemie, dittature fabbricate e sostenute dall’Occidente per meglio controllare le risorse naturali, etc)”.

“Attenzione – conclude l’attivista – a semplificare tutto individuando nella Francia e nel franco Cfa gli unici colpevoli”.

Le notizie del sito Dire sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte «Agenzia DiRE» e l’indirizzo «www.dire.it»

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