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Dallo Zimbabwe a New York, contro ogni stigma la soluzione sono le nonne sulle panchine

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Lo psichiatra Dixon Chibanda, ideatore di Friendship Bench, "le panchine dell'amicizia", spiega il suo progetto all'agenzia Dire
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ROMA – La soluzione sono le nonne. Impreziosite dagli anni, capaci di ascoltare e pronte all’incontro, anche in tempi di pandemia. Danno appuntamento sulle panchine, in oltre cento città e villaggi nello Zimbabwe, un Paese di 16 milioni di abitanti e con appena 13 psichiatri. Le nonne, poi, invece della parola depressione ne usano un’altra: “kufungisisi”.
Il termine, in lingua shona, vuol dire letteralmente “riflettere troppo”. “È quando il pensiero toglie il sonno e compromette le relazioni” spiega all’agenzia Dire lo psichiatra Dixon Chibanda, l’ideatore di Friendship Bench, “le panchine dell’amicizia”, un progetto che dal suo Zimbabwe è arrivato fino a New York. “Siamo a un terzo livello, dopo il ‘kufunga’, il pensiero normale, che abbiamo quando vogliamo risolvere un problema o ci manca qualcuno, e dopo il ‘kufungisa’, quando riflettiamo in modo intenso e profondo”.

Secondo lo psichiatra, direttore dell’African Mental Health Research Initiative e professore alla University of Zimbabwe e alla London School of Hygiene and Tropical Medicine, le parole sono la chiave. Bisogna scegliere quelle giuste, che si sia costretti a usare WhatsApp per la lontananza o le restrizioni della pandemia o sia invece possibile scambiarle su una panchina, con mascherina e rispetto delle distanze. “Nello Zimbabwe usiamo il termine ‘kufungisisa’ e non depressione, perché la prima parola è compresa subito e non porta con sé alcuno stigma, a differenza della seconda, legata a una concezione occidentale” sottolinea Chibanda. “Negli anni ho imparato che avvicinarsi alla lingua e alla cultura del posto è l’unico modo per essere accettati davvero”.


Nello Zimbabwe, dove psichiatri e psicologi mancano più che altrove, l’idea delle nonne è nata dall’impossibilità di garantire ascolto quando sarebbe necessario. A partire dal 2006, anche grazie a un sostegno economico del Comune della capitale Harare, sono state formate centinaia di volontarie.
Parallelamente sono state messe su le panchine, luoghi fisici presenti in circa cento località del Paese. Solo nel 2017, stando all’emittente inglese Bbc, The Friendship Bench ha garantito aiuto a 30mila persone. Le consulenze sono gratuite e accessibili attraverso un sito immaginato come “spazio sicuro” e “non judgemental”, dove chiunque può chiedere senza essere giudicato.
L’esperienza ha avuto riconoscimenti scientifici e ha superato i confini nazionali, raggiungendo altri Paesi dell’Africa e anche realtà molto lontane sia dal punto di vista geografico che economico-sociale, come gli Stati Uniti e New York.

“Al posto della parola ‘terapia’ utilizziamo ‘kuvhura pfungwa’, un’espressione traducibile come ‘aprire la mente‘, e poi ancora un’altra, che sta per ‘sollevare’ e ‘rafforzare'” riprende Chibanda. È convinto che la ricetta di The Friendship Bench sia insieme locale e globale. “Anche nei quartieri newyorchesi di Harlem o del Bronx non ci sono psichiatri e psicologi clinici a sufficienza” sottolinea il professore. “In tutto il mondo la sfida è la stessa: trovare persone con le quali parlare, andando forse anche in cerca di un’umanità perduta”.
Nell’intervista il punto torna più volte.

“L’emergenza del Covid-19 ci ha spinti ad accelerare sulle tecnologie digitali ma dovrebbe farci riflettere su un tesoro che può essere a disposizione di tutti” dice Chibanda: “Il vissuto, a volte tragico o drammatico, trasmesso da chi magari è stato testimone della guerra in Bosnia o dell’apartheid, anche qui nello Zimbabwe, quando il Paese si chiamava Rhodesia”. E l’Italia? “Le nonne valgono dappertutto: possono riconnetterci alla nostra umanità, aiutando i giovani a radicarsi nella comunità”.

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