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I falsi miti da sfatare su Bitcoin e le criptovalute

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Troppo volatili, rischiose e inutili. Quanto c'è di vero?
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di Giovanni Perrone e Simone Stellato

ROMA – Troppo volatili, rischiose e inutili. Poi consumano troppa energia, inquinano e sono pericolose anche per l’ambiente. Manipolate, speculative e senza valore intrinseco. E’ il corredo di critiche che accompagnano le criptovalute, ma sono tutte vere?

Quella più comune rivolta alle criptovalute, che spaventa molti potenziali investitori: sono volatili. Senza girarci attorno, è vero: un giorno registrano performance pessime, un altro ti senti un genio perché la tua ‘moneta’ fa un +20% sul mercato. Le costanti oscillazioni e incertezze di questo mondo spaventano l’investitore tradizionale, abituato ad un determinato livello di stabilità del suo patrimonio. Ma non è questo il punto: come tutte le cose all’inizio del loro percorso nei mercati finanziari, anche Bitcoin e le criptovalute sono state e sono ancora oggetto di pesanti oscillazioni di prezzo. Quello che conta, però, dati alla mano, è che nel corso del tempo la loro volatilità sia enormemente diminuita. Con la crescente base di utenti che comprano e vendono criptovalute – e soprattutto con l’ingresso di grandi investitori istituzionali che non entrano certo per vendere il giorno dopo – sarà sempre più difficile vedere grandi variazioni di prezzo e grandi manipolazioni di mercato. Per chi non riesce a scindere le criptovalute e la blockchain dal semplice modo per fare soldi facili con il sogno di diventare l’erede di Warren Buffett in pochi giorni, la volatilità diventa il motivo per abbandonare definitivamente questo mercato. Per molti però, la volatilità e il rischio sono un’opportunità, soprattutto guardando a finestre temporali annuali e pure mensili beh… non solo i guadagni hanno superato ma sono andati spesso oltre ogni aspettativa. Basti pensare che un Bitcoin alla sua nascita valeva meno di un centesimo e oggi lo si acquista a un prezzo di circa 50mila dollari. Il mercato delle criptovalute non è per i deboli di cuore e per gli impazienti; essendo un mercato nuovo non è anormale una volatilità elevata, presente anche agli inizi nel mercato azionario tradizionale.

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Altro attacco rivolto alle criptovalute è quello di non avere fondamentalmente nessun valore. Quest’ultimo sarebbe determinato esclusivamente dalla manipolazione di mercato, trattandosi tra l’altro di asset finanziari non riconosciuti o regolamentati da qualche Banca Centrale. Anche qui non bisogna difendere a spada tratta le criptovalute a prescindere. Prendiamo l’esempio di Bitcoin, il re delle monete digitali: il suo prezzo in effetti è determinato solo da domanda e offerta. Non c’è un valore intrinseco come siamo abituati a considerarlo per esempio nel caso di un’azienda: Bitcoin non ha un fatturato e non fa utili. Tuttavia, guardandolo da un’altra prospettiva, Bitcoin in effetti qualcosa fa. Le basi di questo protocollo sono assicurate e garantite da un processo energetico basato sulla matematica che ha come obiettivo la produzione di un frammento di Bitcoin. In parole più semplici, la creazione di questa criptovaluta viene affidata alla verifica e al lavoro di migliaia di individui, i miners, che attraverso i loro computer risolvono problemi ed equazioni matematiche complesse per far funzionare la rete (e vengono ricompensati per questo). Possiamo dire quindi che Bitcoin ha come base la matematica, l’utilizzo di energia e il consenso di tanti “nodi” della rete, necessari per mantenere la promessa di decentralizzazione all’origine della moneta. L’obiettivo dichiarato è quello di eliminare gli intermediari. Inoltre Bitcoin, essendo deflazionistico, sta assumendo sempre di più il ruolo di riserva di valore. In un mondo dove le cose a causa dell’inflazione incontrollata costano – quando ci va bene – sette volte tanto rispetto all’anno prima, il fatto che non abbia valore… dipende quantomeno dai punti di vista. E questo è solamente Bitcoin. Le altre monete sono tante e tutte diverse: ci sono quelle che si occupano di decentralizzare la finanza, quelle che tramite la blockchain si spendono per la tracciabilità (di qualsiasi tipo di filiera, da quella agroalimentare a quella relativa al settore della moda), quelle che ci fanno guadagnare semplicemente scegliendo di lavorare giocando ai videogiochi e così via.

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Riguardo al consumo energetico, ci sono diversi punti da considerare. È vero che molta dell’energia usata oggi dai supercomputer dei miners di Bitcoin deriva ancora dal carbone e infatti si sente spesso dire che “Bitcoin consuma più di tutta la Svizzera messa insieme”. Come al solito, parole roboanti che fanno più notizia delle cose positive. La missione dei miners e dei paesi che li stanno accogliendo – anche sulla scia dell’interesse di Elon Musk all’argomento – sembra essere proprio la ricerca di energie rinnovabili da utilizzare per la propria attività. El Salvador – primo paese al mondo dove Bitcoin è valuta a corso legale – è in questo senso un ottimo esempio: i vulcani, tipici del paese, sono sfruttati proprio per produrre energia per i miners. Guardando il tutto provocatoriamente, la priorità di accelerare la transizione ecologica potrebbe addirittura far sì che Bitcoin diventi un incentivo per le energie rinnovabili. D’altronde anche utilizzare un social network fa consumare energia, lo sapevate? Solo che alcune cose siamo abituati a considerarle parte di ciò che è normale, come se fossero più naturali di altre.

Infine, l’ultimo grande mito da sfatare: Bitcoin è lento, costoso e dunque non può essere usato per pagare. Se consideriamo che, per esempio, Visa processa circa 1.700 transazioni al secondo e Bitcoin nemmeno 10, è assurdo pensare anche solo a una competizione tra le due monete. E pensare che Bitcoin nasce per sostituire i moderni sistemi di pagamento, è da poveri illusi. Peccato che questa narrativa rimane vera fino al 2015, quando due sviluppatori creano il Lightning Network, banalmente e senza entrare in tecnicismi un modo per rendere Bitcoin molto più veloce di quello che è. Ecco perché El Salvador ha potuto ammettere Bitcoin valuta a corso legale da settembre di quest’anno: la blockchain non si impalla, non si aspetta un quarto d’ora per ogni transazione. Chiaramente ci sono app che integrano questa tecnologia rendendola accessibile a tutti. La blockchain forse sarà un po’ come internet, tutti alla fine la useremo senza sapere che cos’è e come funziona dietro le quinte.

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Saranno necessarie specifiche regolamentazioni per le criptovalute? Le piattaforme che le vendono sono ancora agli albori? Gran parte dei progetti esistenti attualmente spariranno?Probabilmente sì. Un futuro che si definisca tale deve quantomeno considerare queste nuove tecnologie senza pregiudizi? Probabilmente sì. E pensare che Word sottolinea ancora in rosso la parola “criptovalute”.

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