India, l’attivista Azad: la legge sulla cittadinanza è anti musulmani ma non tutela gli indù

Da dieci giorni in India le proteste contro la nuova legge sulla cittadinanza che esclude i musulmani
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ROMA – “Il piano del primo ministro Narendra Modi è chiaro: smantellare la nostra costituzione secolare e fare dell’India un Paese solo per gli induisti. Dopo un lungo periodo di silenzio però, tantissime persone stanno alzando la voce per protestare contro questo suo progetto. In un certo senso, è un momento storico”. Karem Abdul Azad è ottimista. Ricercatore indipendente, attivista e musulmano nativo dell’Assam, lo stato di confine con il Bangladesh, è intervistato dall’agenzia Dire mentre nel Paese proseguono da quasi dieci giorni le proteste contro la nuova legge sulla cittadinanza che esclude i musulmani.

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Con il Citizenship Amendment Bill (Cab), questo il nome del provvedimento, solo i cittadini non musulmani che provengono da Bangladesh, Pakistan e Afghanistan e che abbiano vissuto in India almeno negli ultimi 12 mesi potranno fare domanda per diventare indiani. Secondo Azad si tratta di “un chiaro tentativo di isolare i musulmani che vivono in India“. L’attivista è convinto che “all’origine di questa riforma voluta dal governo c’è l’ideologia del Rashtriya Swayamsevak Sangh (Rss)” un movimento suprematista induista di estrema destra.

Per gli abitanti dello Stato dell’Assam, però, i problemi non si fermano agli effetti del Cab. Qui è in vigore un registro nazionale (il National register citizens, Nrc) a cui, per iscriversi e ottenere la cittadinanza, è necessario provare di essere residenti a tutti gli effetti. Si tratta di una strategia del governo per contrastare i migranti irregolari provenienti dal vicino BangladeshCiò però ha fatto sì che quasi due milioni di persone siano rimaste fuori dalla lista, “rischiando di rimanere senza Stato”.

Come spiega ancora Karem Abdul Azad, che ha attraversato lo Stato in lungo e in largo per aiutare le persone a compilare gli appositi moduli, uno dei problemi più gravi è la “discrezionalità con cui vengono esaminate le domande. E’ bastato un refuso in un nome o una piccola imperfezione su un documento per vedersi negata la cittadinanza”. Come denuncia l’esperto, alcuni degli effetti del registro si sommano a quelli della nuova legge, con risultati paradossali: “Pensate agli induisti di origine bengalese rimasti esclusi dal Registro. Dopo aver passato mesi a cercare di dimostrare di aver vissuto in India da anni, adesso non gli rimane altra scelta che appellarsi alla nuova legge sulla cittadinanza”, che di fatto tutela gli induisti.

In poche parole: “queste persone dovranno cercare di dimostrare di essere degli induisti emigrati dal vicino Bangladesh”, il contrario di quanto richiesto per accedere al Registro della cittadinanza. Ma se un residente induista “diventa” un immigrato, rischia di essere esposto alle ostilità dei gruppi locali anti-immigrati. Come avverte Azad, “nell’Assam sono esposti agli abusi” a causa dei “movimenti che si battono contro gli immigrati, come l’All Assam student union e il Krishak Mukti Sangram Samiti (Kmss), che hanno molto seguito qui”. Il ricercatore non ha dubbi: “Questa legge è stata giustificata come una misura per difendere gli induisti, ma alla fine non farà altro che inasprire le tensioni”. E i rischi all’orizzonte sembrano anche maggiori: “Il governo vorrebbe espandere il modello del Registro a tutta l’India. Credo che una scelta simile provocherebbe il panico in tutto il Paese”. Nello Stato dell’Assam la comunità musulmana è quella che cresce più rapidamente. Vi è inoltre una massiccia presenza di migranti bengalesi, in maggioranza di fede islamica. Secondo diversi analisti, il governo teme che col passare del tempo l’intera zona diventi a maggioranza musulmana e di lingua e cultura bengalese, con il rischio di riaccendere tensioni mai del tutto sopite tra Delhi e Dakha, che potrebbe avanzare pretese di annessione

di Brando Ricci

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20 Dicembre 2019
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