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Le elezioni 2018 fra “centro” e “periferia”

Luca Tentoni per www.mentepolitica.it Nella competizione del prossimo marzo, un ruolo non irrilevante sarà giocato dal rendimento dei
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Luca Tentoni per www.mentepolitica.it

Nella competizione del prossimo marzo, un ruolo non irrilevante sarà giocato dal rendimento dei “poli” fra centro e periferia. Mentre il M5S sembra non risentire molto di alcune differenze territoriali fra capoluoghi di regione e altri comuni, per centrosinistra, centrodestra e sinistra questa distinzione non solo è valida, ma “pesa” molto sul risultato finale. Così è stato nel 2013: sebbene i comuni capoluogo di regione (19 più Bolzano e Trento) rappresentassero appena il 15,9% dell’elettorato nazionale, sono stati determinanti per far vincere al centrosinistra il premio di maggioranza alla Camera dei deputati.

Infatti, Pd e alleati hanno avuto circa 126mila voti in più del centrodestra (10.049.393 contro 9.923.600: lo 0,37% sul totale) ma nei capoluoghi il vantaggio è stato pari a quasi 521mila voti (33,8% contro 24,4%). Per contro, il centrodestra ha sorpassato il centrosinistra negli altri comuni (30% contro 28,8%). Questa volta, si dirà, il sistema elettorale è diverso: non serve avere un voto in più a livello nazionale (o regionale, in Senato), perché non c’è premio di maggioranza. È vero.

Però anche il risultato delle liste e delle coalizioni avrà un peso politico, senza contare che il centrosinistra dovrebbe teoricamente essere avvantaggiato nelle aree urbane maggiori e svantaggiato nei piccoli centri (quindi – rispetto alla media di voto di ciascuna regione e del Paese – ha più possibilità teoriche di aggiudicarsi collegi uninominali urbani, rispetto a quelli “periferici”): per il centrodestra è l’opposto. Ciò accade, normalmente, sia perché il Pd è, dalla sua nascita e ancor prima (Ulivo 2006) più votato nei capoluoghi di regione (2006: 33,7%; 2008: 38,2%; 2013: 28,5%) che negli altri comuni (2006: 30,8%; 2008: 32,2%; 2013: 24,8%), sia perché nel centrodestra la Lega non è fin qui mai riuscita a sfondare nelle “piccole capitali” (media di voto 1992-2013: 3,4%; altri comuni: 7,6%).

Al Nord, insomma, la possibile affermazione del partito di Salvini nei collegi uninominali potrebbe essere limitata dal rendimento in quelli “metropolitani”, dove l’elettorato medio di centrodestra è meno forte o, comunque, è più “azzurro” che “verde padano”. I grandi centri sono anche i comuni dove la lista di sinistra Liberi e uguali potrebbe “pescare” di più: nel 2013, Sel e Rivoluzione civile (nel complesso) vi ottennero il 7,7% dei voti, contro il 5,3% degli altri centri. Sarà particolarmente interessare osservare il rendimento elettorale nei capoluoghi di almeno quattro liste: Pd, LeU, Lega, M5S. Il partito di Renzi, come si diceva, è strutturalmente più forte in questa tipologia di comuni, però ha attraversato – soprattutto a Roma, Napoli e Torino – una fase molto difficile alle “amministrative”.

La premessa per un buon risultato (nella competizione nazionale col M5S per il primato di voti fra i partiti) è una netta inversione di marcia: un compito che non appare facile. In quanto alla Lega di Salvini, il 13-14% attribuito dai sondaggi corrisponde all’incirca ad un 6-7% nei capoluoghi regionali, cioè un risultato persino maggiore rispetto al record del 1992: 6,2%. Le capacità espansive del Carroccio, infatti, sono state limitate finora da due fattori: la scarsa capacità di ottenere nei grandi centri gli stessi risultati dei comuni minori; la difficoltà di insediamento a Roma e nel Sud.

Non è un caso che la campagna elettorale di Salvini sia rivolta da un lato a catturare il voto degli abitanti delle periferie urbane (cercando di rappresentarne il disagio) e, dall’altro, verso la scelta di candidati noti e competitivi nel Mezzogiorno. Per ottenere più del 10% anche nelle metropoli, la Lega deve conquistare la borghesia urbana che vota per Forza Italia, ma il partito di Berlusconi sembra in ripresa, dunque molto meno permeabile rispetto alla concorrenza in confronto agli anni più difficili (2011-’16).

C’è poi la sinistra di Liberi e uguali, che dovrebbe avere – guardando ai suoi “antenati politici” – un risultato migliore nelle grandi città e nelle zone “rosse” del Paese: in questo caso, il rendimento nei comuni maggiori può essere determinante per la rappresentanza parlamentare del partito (verosimilmente quasi solo frutto del voto proporzionale). Infatti, nel 2013, Sel e Rc ottennero nei capoluoghi di regione circa 415mila voti (in quelli delle “zone rosse” raggiunsero l’8,6%, contro il 5,8% degli altri comuni), dunque la partita delle metropoli influenzerà non poco il risultato finale della formazione politica guidata da Pietro Grasso.

Infine, un rilievo sul rendimento dei Cinquestelle: se, nel complesso, la differenza media fra la percentuale ottenuta nei capoluoghi di regione e gli altri centri è appena dello 0,3% a favore di questi ultimi, ci sono però alcune situazioni particolari. In alcune città a nord di Roma (Milano, Bologna, Firenze) il M5S ottiene fra il 3 e il 6,7% in meno rispetto ai comuni minori, mentre a Napoli, Bari e Catanzaro ha ottenuto – nel 2013 – fra il 2,5 e il 3,5% di voti in più. Nei capoluoghi i Cinquestelle hanno finora avuto maggiori difficoltà di espansione soprattutto nelle “zone rosse”; nei centri minori, invece, soprattutto nelle Marche, sono andati decisamente meglio, arrivando al 32,3% dei voti. Al momento di definire le candidature nei collegi, dunque, i partiti terranno conto delle specificità territoriali: fra queste, un posto di rilievo sarà riservato alle “capitali regionali”, le quali hanno conosciuto un rapido declino “demografico elettorale” rispetto alla fine degli anni ’60 (alle politiche del 1968, il 21% degli aventi diritto al voto viveva nei capoluoghi di regione, contro il 17,3% del 1946 e il 15,9% del 2013) ma hanno ancora sette milioni e mezzo di voti (astenuti esclusi, poco più di cinque) da mettere sul piatto della bilancia delle prossime elezioni politiche.

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