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Salutequità: “Ventidue milioni gli italiani con patologie croniche”

Intervista al presidente di Salutequità, Tonino Aceti
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ROMA – Salutequità lunedì prossimo presenterà il Report dal titolo ‘Il piano nazionale della cronicità per l’equità’. Cosa emerge da questo documento? L’agenzia Dire lo ha chiesto al presidente di Salutequità, Tonino Aceti.

‘Dal Rapporto emerge fondamentalmente che, a fronte di un fenomeno importantissimo qual è quello delle patologie croniche, che oggi interessano nel nostro paese circa 22 milioni di persone, le risposte in termini di policy da parte dello Stato e delle regioni sono state totalmente insufficienti negli anni, nonostante l’esistenza, l’approvazione nel 2016, quindi ormai cinque anni fa, di un piano nazionale della cronicità che è un atto di programmazione- afferma Aceti- è il ‘modello Italia’ di presa in carico delle cronicità preso a modello da altri Paesi per la sua completezza, per la sua innovazione e per la sua lungimiranza. Nonostante questo, da cinque anni abbiamo questo piano ma da cinque anni il comportamento delle regioni nell’attuazione di questo piano è veramente critico e a macchia di leopardo. Ci sono alcune regioni che hanno attuato questo piano in parte, ce ne sono alcune che lo hanno attuato di più e ce ne sono alcune che sono ancora totalmente ferme’.

‘Il primo dato che posso dare come anticipazione- fa sapere- è quello che il primo adempimento del piano era proprio quello di realizzare dei sistemi di stratificazione della popolazione. Quindi stratificare e conoscere lo stato di salute della popolazione per programmare bene i sevizi sanitari, attraverso un sistema informatizzato, era il primo adempimento importante per il quale abbiamo anche ricevuto risorse importanti a livello europeo e invece, purtroppo, questo sistema di stratificazione è uno strumento di poche regioni ma senza stratificazione non si può fare presa in carico delle cronicità, che oggi invece sappiamo essere l’urgenza, soprattutto ora nel corso di questa emergenza Covid-19′.

– Quanto ha influito il Covid-19 proprio sul tema delle visite di controllo?

‘Ha influito tantissimo. La Corte dei conti ha delineato con precisione la portata del fenomeno delle cure mancate nel suo rapporto annuale e ci ha detto che sono saltati circa 1 milione e 300mila ricoveri, di cui oltre 500mila anche urgenti, quindi non solo programmabili. Sono saltate circa 144 milioni di visite specialistiche in varie aree, in varie specialità e si sono poi ridotte di circa un terzo le prime visite e le visite di controllo finalizzate all’impostazione di un piano terapeutico. Quindi, queste sono proprio le visite funzionali alla presa in carico delle cronicità. Dunque- prosegue Aceti- rispetto al 2019 c’è stata una riduzione di circa un terzo di prime visite e visite di controllo per i malati cronici. È un qualcosa di veramente importante, le cui conseguenze le stiamo già vedendo ma le vedremo sicuramente ancor di più nei prossimi anni, purtroppo’.

– Presidente Aceti, parliamo di Pnrr: cosa rappresenta per i malati cronici?

‘Una grande opportunità. Ci sono circa 7 miliardi per il rafforzamento e l’innovazione dell’assistenza sociosanitaria territoriale. A questi investimenti è agganciata anche una riforma del territorio, i famosi standard del territorio, standard organizzativi, strutturali e tecnologici. L’obiettivo è quello di scrivere nero su bianco cosa un cittadino, una persona con patologia cronica può e deve aspettarsi da Nord a Sud del nostro Paese in termini di prestazioni sociosanitarie territoriali, quindi un grande passo in avanti. C’è anche il tema della telemedicina, c’è un investimento sulla telemedicina. C’è, pertanto, una serie di provvedimenti che in combinato disposto anche con le anticipazioni della legge di bilancio sicuramente danno dei riscontri. Però, evidentemente, ad oggi manca un’azione concreta per rilanciare, attuare e aggiornare questo piano nazionale per la cronicità, che rappresenta il software, mentre l’hardware è rappresentato dal Pnrr- precisa presidente di Salutequità- dove non è scritto come debbano lavorare i professionisti, mentre questo accade nel Piano nazionale della cronicità. Penso che come debbano lavorare insieme i professionisti sanitari possa essere oggetto di profonda innovazione capitalizzando tutto ciò che di nuovo è accaduto con la pandemia, alla luce delle buone pratiche, e trasferirlo in un Piano della cronicità che dovrà essere attuato ma anche aggiornato al più presto. Il rilancio di questo piano mi sembra che attualmente non sia una priorità e questo è sbagliato. Il rilancio è invece importante ora perché gli effetti del Piano nazionale di ripresa e resilienza si vedranno tra anni. I malati cronici hanno bisogno di una risposta oggi e oggi sicuramente noi abbiamo il Piano nazionale della cronicità, come ieri prima della pandemia. Quindi su questo dobbiamo concentrarci e velocizzare le azioni che possano permetterne la sua attuazione in tutte le regioni e il suo aggiornamento: non si può attendere che il Pnrr sviluppi tutti i suoi effetti, bisogna dare risposte oggi’.

– Presidente, prima ha parlato di macchia di leopardo per quanto riguarda l’Italia e ha appena detto che i malati cronici hanno bisogno ora di determinate risposte. Quali differenze ci sono tra territorio e territorio, dove le principali difficoltà e come livellare il territorio?

‘Ci sono tante differenze su tante questioni che attengono all’assistenza alle persone con patologia cronica: dall’attuazione del piano, passando per i fondamentali del piano, ossia i Pdta, i Percorsi diagnostico terapeutici assistenziali. Dal rapporto emerge, e lunedì lo presenteremo nel dettaglio, come per esempio il livello di garanzia dei percorsi diagnostico terapeutico assistenziali, quindi il grado di rispetto da parte delle regioni sia profondamente diverso riguardo ad una stessa patologia, sia ad esempio dal punto di vista dell’aderenza terapeutica, elemento importantissimo per la gestione delle malattie croniche, come anche lo svolgimento di visite di controllo. Ecco, il percorso che un malato cronico fa, la sua qualità e la sua esigibilità sono molto diverse da regione a regione. Stessa cosa per un altro aspetto che è qualificante nel Piano nazionale della cronicità e che è agganciato ai percorsi diagnostico terapeutici e assistenziali: si tratta della telemedicina e, più in generale- chiarisce Aceti- della digitalizzazione, quindi telemedicina e fascicolo sanitario elettronico. Noi abbiamo una differenza enorme tra le regioni rispetto alla possibilità di garantire queste opportunità e non bastano tutte le innovazioni che sono intervenute durante la pandemia come le ‘linee di indirizzo nazionali’ approvate sulla telemedicina durante la pandemia. C’è bisogno di qualcosa in più. Penso, per esempio, che la telemedicina debba essere inserita nei Livelli essenziali di assistenza. Ad oggi non è così. E quindi- continua Aceti- il rapporto segnala che, nonostante queste buone linee di indirizzo, alcune regioni durante la pandemia ancora non garantiscono la telemedicina come altre e su questo c’è una grande disuguaglianza. Anche dal punto di vista della spesa farmaceutica, l’accesso ai farmaci innovativi, passando per la spesa sociale, quindi interventi più di carattere sociale anche lì c’è una disuguaglianza enorme nel Paese, con l’aggravante che mentre per la sanità ci sono i Livelli essenziali di assistenza, nel sociale non ci sono ancora. Li ritroviamo fortunamente nella Legge di bilancio 2022 attualmente all’attenzione del Senato, dove per la prima volta si istituiscono i livelli essenziali delle prestazioni sociali’.

– Presidente Aceti, senza puntare l’indice contro alcuna regione, quali sono quelle all’avanguardia e quelle che invece dovrebbero fare qualcosa in più?

‘Ci sono regioni che da sempre si impegnano in modo particolare sulla presa in carico delle patologie croniche, che sono più avanti ad esempio sui sistemi informativi e quindi conoscono meglio lo stato di salute della loro popolazione, come ad esempio la regione Emilia-Romagna, la regione Veneto, la regione Toscana e la regione Piemonte e direi che sta migliorando anche la regione Lazio. Però non è su tutto sempre così: ad esempio ci sono regioni come il Molise, che per quanto riguarda la percentuale di anziani trattati in assistenza domiciliare integrata, negli ultimi anni è migliorata ed ha valori persino migliori di altre regioni. Quindi non è su tutto uguale, sicuramente quelle regioni che ho elencato sono in generale più avanzate ma non su tutto e questo rappresenta la sfida, cioè far sì che tutti arrivino allo stesso livello. È forse- conclude il presidente di Salutequità- anche una grande aspettativa che noi tutti riponiamo nel Piano nazionale di ripresa e resilienza, ma credo che ci sia bisogno di tanto altro, oltre al Pnrr, per garantire equità’.

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