La guerra del Tigray lungo la nuova Via della Seta

Nel Tigray e nel Corno d'Africa si combatte una battaglia geopolitica dalle ripercussioni globali
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ROMA – Una questione interna. Così il governo dell’Etiopia definisce il conflitto in corso con i ribelli del Tigray, una regione settentrionale al confine con l’Eritrea e il Sudan. Le cose non stanno così. Quello che accade in Etiopia riguarda l’Africa e il mondo, e non solo per i razzi caduti in Eritrea e le notizie sulle migliaia di profughi che stanno attraversando il confine con il Sudan. Il Tigray è al centro del Corno d’Africa e a cento chilometri dalla riva del Mar Rosso. Cioè al centro del mondo.

Come ci ha ricordato in questi giorni Abdeta Dribssa Beyene, direttore ad Addis Abeba del Centro per il dialogo, la ricerca e la cooperazione, attraverso il Canale di Suez e poi il Mar Rosso passa il 10 per cento del commercio mondiale e il 40 per cento di quello tra l’Europa e l’Oriente. Per questo, nel Tigray e nel Corno d’Africa si combatte una battaglia geopolitica dalle ripercussioni globali. In prima fila, con investimenti e pressioni, ci sono le petromonarchie del Golfo. Solo l’Arabia Saudita vale due volte il Pil di Egitto, Sudan, Eritrea e Somalia messi insieme. Mentre avanzano sia il Qatar sia la Turchia, che in Somalia ha già un ruolo chiave.

Quale sia la posta in gioco lo si capisce cercando sulla mappa un piccolo Stato africano, Gibuti: controlla lo stretto di Bab Al-Mandab, la porta meridionale del Mar Rosso. Guarda caso è lì, a due passi dal Tigray, che la Cina ha stabilito la sua unica base militare al di fuori del proprio territorio. In un avamposto strategico, dove hanno già messo gli scarponi francesi e americani.

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20 Novembre 2020
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