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Un abecedario per la broncopneumopatia cronica ostruttiva

Malattia di cui si sa poco, e malato va aiutato su diritti-doveri
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LUMEZZANE – Un abecedario per imparare a leggere le patologie respiratorie e in particolare una di fronte alla quale quasi tutti sono ‘analfabeti’: la broncopneumopatia cronica ostruttiva (Bpco). Un vademecum per ricordare al paziente affetto da Bpco “quelli che sono i suoi diritti e i suoi doveri”, come sottolinea l’ideatore dell’iniziativa e responsabile dell’unità di pneumologia riabilitativa agli Istituti clinici scientifici Maugeri di Lumezzane, Michele Vitacca.

L’OBIETTIVO DELLA CAMPAGNA

Già, perché ‘ABCDEF’ è più di una campagna di sensibilizzazione lanciata in occasione della giornata mondiale della Bpco che ricorre proprio oggi, 20 novembre: vuole essere una circostanza in cui poter mettere in luce le peculiarità di una malattia “di cui si sa molto poco da parte della società e purtroppo anche da parte di molti miei colleghi”, come dice come Vitacca, che è anche esponente dell’Aipo, l’associazione dei pneumologi ospedalieri italiani. La campagna è promossa e sostenuta da Arir, l’associazione dei riabilitatori dell’insufficienza respiratoria, proprio perché nella cosiddetta continuità di cura della broncopneumopatia cronica ostruttiva quella del riabilitatore è una figura centrale, che deve occuparsi di ‘gambe cuore polmoni e testa’ e incarnare un ruolo di vero e proprio gestore del malato e della sua affezione.

“Di fatto noi lavoriamo sul paziente con problematiche respiratorie e in particolare sulla Bpco”, racconta Ilaria, fisioterapista respiratoria al Maugeri, specificando come ci sia soprattutto il bisogno di “andare a rompere il circolo vizioso” che si crea quando la persona affetta da Bpco “avverte dispnea (respirazione alterata per ritmo o per frequenza, ndr), ossia quella che riferisce come ‘fame d’aria’, o mancanza di fiato”.

VITACCA: “CONTINUITA’ NELLE CURE PER RIDURRE IL PEGGIORAMENTO DELLA MALATTIA”

C’è poi un lavoro più incisivo e determinante che si sposa con le politiche di gestione della cronicità in voga da tempo in Lombardia. Una gestione a lungo termine che nel caso specifico di questa patologia può essere determinante. “Esigere continuità di cura- aggiunge Vitacca– vuol dire avere un bravo medico curante del territorio, avere dei buoni specialisti di riferimento, avere dei buoni infermieri di riferimento e avere dei buoni terapisti respiratori” e l’idea dello pneumologo è quella secondo cui “ci sia una continuità nell’arco degli anni per ridurre drammaticamente il rischio che questa patologia possa peggiorare e portare a degli effetti collaterali come la necessità di ricorrere all”ossigenoterapia”.

LAZZERI: “CON RIABILITAZIONE RESPIRATORIA MIGLIORANO I RISULTATI DI CONTROLLO DELLA MALATTIA”

D’altronde la Bcpo è una malattia “subdola”, come la definisce la presidente di Arir Marta Lazzeri, una malattia che secondo recenti studi pubblicati su www.ershwhitebook.org colpisce in maniera silente, ma grave o moderata, il 5-10% degli over 40, e il 15-20% in maniera lieve. Sempre secondo questi dati inoltre, il 40-50% dei fumatori svilupperà questa patologia con il tempo, rispetto al 10% dei non fumatori. Il problema è che “spesso- continua Lazzeri- le persone non si accorgono di questa malattia perché in maniera del tutto inconsapevole evitano di compiere quegli sforzi e quelle attività che provocano mancanza di respiro”, con il risultato di “non essere più individui allenati”. Ecco perché per il numero uno di Arir, la terapia medica abbinata alla riabilitazione respiratoria “aumenta notevolmente i risultati di controllo della malattia e quindi riduce notevolmente i sintomi, migliorando la qualità di vita della persona”.

Lazzeri mette in luce anche un altro aspetto, che rientra sempre in un approccio educativo al paziente: “la terapia è aerosolica- ricorda- non è semplice come ingerire una pastiglia: serve la tecnica giusta e in questo caso il fisioterapista respiratorio o altre figure sanitarie possono istruire e ben preparare la persona” per rendere la terapia stessa efficace. C’è poi l’ultimo aspetto che è quello della fragilità, perché come afferma Vitacca “ogni patologia cronica ha un suo contesto sociale e fa la differenza a seconda del livello di fragilità legato al reddito, a con chi vivo, a chi mi può aiutare” e soprattutto alla “disponibilità di accesso alle cure o meno” e alla “possibilità di essere aiutato dal proprio medico o dal proprio Comune di residenza”, che in una parola può tradursi così: welfare.

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