VIDEO | Michael Collins, un romano sulla Luna

Non tutti sanno che il membro del leggendario Apollo 11 nacque in via Tevere, nel centro della Capitale
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ROMA – Un romano è stato sulla Luna. Per chi pensasse a uno scherzo o a una delle tante teorie strampalate che hanno a che fare con l’allunaggio, c’è una targa a Roma, in via Tevere 16, che recita così: “In questa casa nacque il 31 ottobre 1930 Michael Collins, intrepido astronauta della Missione Apollo 11, primo uomo sulla Luna. Roma fiera di questo suo figlio posa a ricordo perenne”.

Come se non bastasse c’è un filmato dell’Istituto Luce, datato 22 ottobre 1969, che mostra Collins in visita alla sua casa natale in via Tevere. La ragione che spiega la nascita di un americano a Roma è più semplice di ciò che si possa pensare: il padre era d’istanza nella Capitale presso l’ambasciata statunitense come generale maggiore dell’Esercito, un incarico temporaneo: infatti dopo un breve periodo tornò in America con tutta la famiglia spostandosi da New York al Texas, passando per l’Oklahoma, Porto Rico e la Virginia.

A Roma oggi – 20 luglio – grazie a un progetto organizzato dall’associazione ‘Mamma Roma e i suoi figli minori’ e il Virtual Telescope Project si terrà un evento per ricordare il 50esimo dello sbarco sulla Luna.

“Proprio la circostanza, ignota a molti romani, che vede Collins nato a Roma- ha ricordato Gianluca Masi, astrofisico e responsabile del Virtual Telescope Project- ci ha suggerito di dover fare qualcosa di speciale incentrato sulla figura di questo grande concittadino. Presso l’Isola del Cinema verrà proiettata una video installazione, dalle 23 fino all’alba del giorno dopo, per ripercorrere tutta la vicenda dell’Apollo 11, vedremo anche delle foto, scattate da me personalmente, della Luna su alcuni dei più celebri monumenti della Capitale, ma soprattutto parleremo della figura di questo straordinario concittadino attraverso alcuni video che lo riguardano da vicino. Credo davvero che possa essere davvero suggestivo, un momento per rivivere una vicenda intramontabile che ha portato sulla Luna anche un pezzo di Roma grazie a Collins”.

Masi ci tiene a ricordare come in realtà la figura di Collins, sempre in secondo piano rispetto ai suoi compagni di spedizione, ricoprisse un ruolo chiave all’interno della missione.

“Ricordo che qualora Armstrong e Aldrin avessero avuto qualche problema durante la procedura di rientro verso la navicella- ha continuato Masi- era compito di Collins attivarsi manualmente per recuperare i suoi due colleghi. Immaginate il ruolo di incredibile responsabilità che aveva sulle spalle. E’ chiaro che poi quando si fa festa si cita maggiormente chi è stato fisicamente sulla Luna, ma la missione non poteva prescindere dalla coesistenza dei 3 astronauti, questo era parte del format con cui sono state costruite logisticamente, scientificamente e tecnicamente tutte le missioni Apollo. Quindi seppur mai sceso sulla Luna direi che l’onore del risultato va spartito equamente fra tutti e tre”.

Sicuramente Collins può vantare due primati invidiabili: è stato uno dei pochi astronauti a vedere con i propri occhi il lato oscuro della Luna ed è stato l’uomo che ha raggiunto il punto più lontano dal pianeta Terra, circa 400 mila chilometri.

“Collins ha orbitato intorno alla Luna molto a lungo e nascosto da ogni possibilità di comunicare con la Terra- ha sottolineato Masi- la cosa divertente è che in molti si sono chiesti quali potessero essere i pensieri dell’astronauta immerso in una solitudine senza precedenti per la storia dell’umanità. In realtà lui ha sempre risposto di non essersi mai sentito in preda della nostalgia o del pericolo, anzi ha dichiarato che quei momenti di solitudine cosmica erano per lui preziosi perché gli permettevano di apprezzare al meglio quello che stava facendo ed era molto sereno“.

Come se non bastasse a certificare l’impresa è doveroso ricordare che le tecnologie di cui si avvalse la spedizione dell’Apollo 11 era di gran lunga inferiore a quella di un moderno smartphone. “Le tecnologie di 50 anni fa- ha concluso Masi- non erano neanche paragonabili alla capacità di calcolo che hanno i nostri moderni smartphone, ma questo gap venne colmato dalla caparbietà e dalla professionalità degli uomini e delle donne che lavorarono nella penombra mentre si svolgeva la missione, chiamati anche a esprimere le loro capacità personali di calcolo e di valutazione. Era una tecnologia che oggi fa quasi ridere eppure bastò per portare tre uomini sulla Luna e per farli poi tornare indietro sani e salvi”.

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20 Luglio 2019
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