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50 anni di Jethro Tull: a Roma il flauto magico di Ian Anderson

Pubblico di tutte le età all'Auditorium Parco della Musica
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ROMA – Generazioni diverse, un’attrazione unica. Lui, l’elfo del rock progressivo, è ancora in forma straordinaria. Emoziona ancora Ian Anderson, con la sua voce, con la sua musica, con il suo flauto magico, con la sua famosa, storica, postura del fenicottero. Roma ha accolto i suoi Jethro Tull, coccolati, ascoltati e amati, oggi come 47 anni fa quando conquistarono l’interesse mondiale con Aqualung, l’album di Locomotive Breath.

Intorno alle 21.20 è iniziato un viaggio attraverso i 50 anni di storia di questa eterna band britannica. Un’ora e mezza, davanti ad una cavea dell’Auditorium Parco della Musica piena in ogni ordine di posti, occupati da generazioni intere di appassionati di musica: c’era una coppia di nonni con una nipotina che avrà avuto meno di 10 anni; c’era la giovane coppia di fidanzati, in cui lei con attenzione ascoltava la storia della band dal suo lui. E poi molti rappresentanti dell’epoca che i Jethro Tull li ha visti nascere, crescere fino a diventare una realtà incredibile, in un momento in cui non era certo facile farsi spazio, tra gli Yes, i Pink Floyd, i Rolling Stones, i King Krimson, i Genesis.

Scenografia essenziale, giusto uno maxischermo alle spalle di Ian Anderson, che ha proiettato una tv accesa sul mondo Jethro Tull, in cui prima di ogni canzone in video un personaggio legato alla loro storia, o semplicemente un musicista appassionato del loro mito (Tony Iommi dei Black Sabbath e Slash dei Guns N’ Roses) chiedeva di suonare uno dei loro tanti capolavori. Dopo My Sunday Feeling è tutta un’ascesa verso la storia di questa band: Bouree, il brano strumentale che è un riarrangiamento di Ian Anderson della Suite di Bach, A Song for Jeffrey, a Thick as a Brick, Some Day The Sun Won’t Shine For You, Too Old to Rock ‘n’ Roll, Too Young to Die, fino all’inevitabile, trascinante, storica Lokomotiv Breath, guidata dal flauto magico di Ian Anderson, che ha chiuso il concerto. Proprio prima del bis, giusto qualche minuto, meritato, di stop. Altrimenti, un’ora e mezza tutta d’un fiato di grande musica.

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