Bombe davanti alle Chiese nel fermano, fermati due ultras

Sono Martino Paniconi, 44 anni di Fermo, e Marco Bordoni, trentenne, anch'egli di Fermo, detto "Il lupo"
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Foto Fabrizio Zerrilli

FERMO – Due arresti, dopo cinque mesi di indagini, di appostamenti, pedinamenti, di intercettazioni ambientali e telefoniche. La Procura della Repubblica di Fermo, assieme ai carabinieri di Fermo e Ascoli Piceno e in collaborazione con la sezione anticrimine dei carabinieri (Ros) di Ancona, ha scoperto gli autori degli attentati ai danni di quattro chiese fermane e di una chiesa elpidiense, ordigni che hanno messo a soqquadro la comunita’ locale nei primi mesi del 2016. I fermati sono Martino Paniconi, 44 anni di Fermo, e Marco Bordoni, trentenne, anch’egli di Fermo, detto “Il lupo”. Entrambi sono ritenuti responsabili di aver fabbricato, in concorso tra loro e senza licenza dell’autorita’, ordigni esplosivi che sono stati poi trasportati illegalmente in luogo pubblico e fatti esplodere “al fine di incutere pubblico timore ed attentare alla sicurezza pubblica”.

Al momento questi sono i capi di imputazione, seppure la pericolosita’ della loro esplosione avrebbe potuto causare danni a passanti. I due fermati sono stati condotti presso la Casa circondariale di Ascoli Piceno.

La sequenza delle esplosioni

La prima esplosione avvenne a gennaio, ai danni di una Chiesa della vicina Porto Sant’Elpidio. Poi la sequenza ai danni delle chiese fermane: la prima esplosione si verifico’ il 27 e 28 febbraio sul retro del Duomo di Fermo, poi l’8 marzo davanti alla chiesa di Lido San Tommaso, quindi il 12 e 13 aprile lo scoppio davanti alla Chiesa di San Marco alle Paludi, di cui e’ parroco don Vinicio Albanesi. Infine, il 22 maggio, l’ordigno piazzato davanti alla chiesa di San Gabriele dell’Addolorata a Campiglione di Fermo.

La scoperta del covo

Il momento decisivo delle indagini si e’ avuto alla fine di maggio, quando gli stessi carabinieri sono riusciti a scoprire il covo dove erano stati costruiti gli ordigni rudimentali fatti esplodere davanti alle quattro chiese fermane. Un casolare abbandonato, in aperta campagna, a poca distanza dalla chiesa di san Marco alle Paludi. All’interno (su segnalazione di un ciclista passato casualmente sul posto), i carabinieri avevano rinvenuto micce, barattoli e resti della lavorazione di ordigni rudimentali da cui e’ stato estratto anche del Dna. Le indagini hanno avuto un ulteriore sviluppo quando la quarta bomba, quella posta davanti alla chiesa di Campiglione, non e’ esplosa. In questo casi gli investigatori hanno avuto modo di recuperarla e di paragonare l’esplosivo con quello trovato all’interno del casolare. Da qui si e’ iniziato a unire i tasselli.

Indagini e fermo dei due giovani

E’ la fine di un incubo. I carabinieri, coordinati dal procuratore della Repubblica, Domenico Seccia, questa notte hanno tratto in arresto due giovani fermani, riconducibili all’area anarchica. “Dalle indagini condotte – ha affermato in conferenza stampa il Procuratore della Repubblica di Fermo, Seccia – oltre che un motivo insurrezionale si nota un profondo spregio delle istituzioni e dei soggetti che si sono trovati coinvolti dalle vicende”.

“Nessun legame con l’omicidio di Emmanuel”

Quanto al possibile collegamento con l’altro ultras fermano, in carcere per la morte del nigeriano Emmanuel, Seccia ha precisato: “E’ da escludere un collegamento politico tra le due vicende. Vi e’ sicuramente conoscenza tra i soggetti, ma l’unico collegamento e’ che tutti i fermati vengono dal tifo organizzato, frequentano lo stadio. Oltre a questo non c’e’ altro collegamento”.

Negato, come detto, anche un movente di natura politica. “In questo caso i fermati hanno posizioni di natura anarchica – e’ stato sottolineato -. Diversamente dal Mancini che puo’ essere collocato sull’estrema destra. E il substrato culturale e’ tale che diventa difficile ipotizzare anche una strutturazione politica precisa“. Non e’ da escludere, nel prosieguo delle indagini, il coinvolgimento anche di altre persone? Nessuno lo ha detto, ma il sottolineare piu’ volte “allo stato attuale” da parte del procuratore lascia aperte le porte anche a ulteriori sviluppi.

Don Vinicio: “Siamo vittime di odio”

Don Vinicio Albanesi, presidente della Comunita’ di Capodarco, parroco di San Marco alle Paludi e presidente della Fondazione Caritas in veritate, la stessa che ospitava il povero Emmanuel Chidi Nnamdi (nigeriano rimasto ucciso dopo la collutazione con Amedeo Mancini) , cosi’ commenta l’esito delle indagini: “Dopo questa vicenda, abbiamo un morto, una vedova, tre ragazzi in galera, danni. Da dove ripartiamo? E’ questa la domanda e l’invito per essere piu’ educativi e vicini a persone che manifestano disagio”. E continua: “Ci sarebbe da capire perche’ queste chiese e non altre…. Forse perche’ siamo scomodi o forse perche’ non aiutiamo abbastanza?”. Quanto al collegamento possibile, non confermato dalla Procura, tra questi arresti e quello di Amedeo Mancini, don Vinicio afferma: “Se alla base non c’e’ un progetto eversivo comune, c’e’ comunque odio, capacita’ di individuare chi si impegna per gli altri. Io non so se e’ anche una richiesta di aiuto. Ci sono segnali di una situazione che sta mutando. In questo sono preoccupato per i piu’ giovani, che possono essere irretiti da questi gesti”.

Fonte: Redattore sociale

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